Piccola Squirrel

Vola il tempo lo sai che vola e va,
forse non ce ne accorgiamo,
ma più ancora del tempo che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo.

Valzer per un amore – Fabrizio De André

Serena

La coltre di fumo e nebbia si estendeva sulla città, racchiudendola in una sorta di bolla malsana, una coperta che non lasciava filtrare decentemente i raggi di un sole invernale, il quale non era più in grado di riscaldare sufficientemente l’aria.
Nuvolette di condensa trasformavano il fiato nel tangibile segno della morsa di gelo che si era abbattuta sulla regione, dando la sensazione che il clima polare si fosse spostato più a sud, rendendo effettive le voci che annunciavano una nuova era glaciale.
Il buco nell’ozono, l’inquinamento, le polveri chimiche…
Tutto pareva cospirare affinché l’inverno divenisse ancora più disagevole e ostico da superare.
Serena camminava a testa bassa sul marciapiede, scansando gli altri passanti che avevano la stessa fretta di voler tornare a casa, lo stesso bramoso desiderio di rinchiudersi in un luogo caldo e confortevole, al riparo dalle temperature estreme previste per quella notte.
Rimuginava avvolta dai propri pensieri, al pari del pesante cappotto e della sciarpa di lana morbida passata intorno al collo ed al viso.
Tornare a casa per lei non era esattamente una ricompensa, non il porto sicuro che la maggior parte delle persone vedeva nella propria abitazione.
E tuttavia, nulla di quello che poteva percepire esternamente poteva essere paragonato alla sconfinata distesa artica che le albergava nell’anima, niente avrebbe potuto reggere al confronto con quanto sapeva di dover affrontare.
A quell’ora di sera lui era già a casa, ad attenderla come al solito, a rendere ancora più penosa la notizia che le era stata data solo poche ore prima.
Lui con i suoi modi gentili, le sue attenzioni costanti, le sue piccole manie che servivano a rendere ogni giornata piacevole.
Si fermò solo un istante, provocando qualche brontolio nei passanti che furono costretti a scansarla.
Si fermò alzando gli occhi verso il palazzo in cui abitavano, vedendo le luci accese al terzo piano.
Sospirò appena.
Per un momento aveva sperato che non ci fosse, che fosse stato trattenuto da qualche impegno improvviso, che avesse avuto qualche appuntamento dell’ultimo minuto.
Qualsiasi cosa sarebbe andata bene per darle il tempo di ricomporsi ed indossare la maschera che da quel momento in poi era decisa a portare. Uno scudo dietro il quale trincerarsi per non lasciare trapelare l’agonia della propria mente, per non lasciare scorgere la disperazione ed il bisogno estremo di appendersi al primo albero disponibile.
Istintivamente lo sguardo corse verso il parchetto posto di fronte alla palazzina.
Alberi…
Ce n’erano in abbondanza.
Spogli e scheletrici come lo era il suo umore, con quei rami ossuti che si protendevano verso un cielo plumbeo, scuro, denso e compatto come il male che la stava divorando. Ricominciò a muoversi andando incontro a quel portone di vetro che l’attendeva beffardo, spalancandole le braccia e sembrando premuroso, pronto a racchiuderla nel tepore dell’ingresso al riparo dagli agenti esterni.
Ma Serena ormai sapeva bene quanto potesse essere ingannevole tale sensazione.
Quanto potesse essere effimera l’apparenza.
Quella stessa mattina si era vista allo specchio e nulla le era parso diverso, niente nel suo aspetto fisico avrebbe lasciato supporre ciò che le analisi invece avevano confermato in pieno.
Perché non aveva detto niente?
Perché non si era confidata, non gli aveva esposto i propri timori, le proprie ansie ed i dubbi circa le origini dei malesseri divenuti ormai costanti?
Salì un gradino alla volta sentendosi come il condannato che volge i propri passi al patibolo, sentendo la consistenza del cappio racchiudersi intorno alla gola, impedendole di respirare.
Ed inspirò.
Inspirò a fondo per poter smentire la sensazione della corda ruvida e graffiante sulla pelle.
Riempì i polmoni cercando di ricacciare indietro la nausea che sorgeva nel momento stesso in cui cercava di capire in che modo avrebbe potuto continuare ad affrontare il proprio quotidiano.
Stava morendo ed il tumore, ormai aggressivo, non le lascia più spazio, più tempo.
Davanti alla porta di casa si fermò un’altra volta.
Sorpassare quella soglia avrebbe significato virare completamente dalla strada maestra, avrebbe voluto dire mentire all’uomo che l’attendeva al di là di essa, nascondergli la verità orribile che si affacciava sul loro futuro.
Tutti i sogni, le speranze, i progetti…
Tutto infranto contro quel muro di cemento armato, amalgamato con il dolore e la sofferenza che sarebbero arrivate fin troppo presto.
Ma non voleva dirglielo, non voleva che anche lui ne rimasse sconvolto così come lo era lei. Non voleva la sua pietà, voleva il suo amore e voleva che gli ultimi giorni passati insieme, potessero essere…normali.
Non belli, non vi sarebbe stato nulla di bello in quello che voleva fare, non vi sarebbe stato nulla di romantico e di meraviglioso nel modo in cui lo voleva lasciare, ma non voleva vederlo soffrire.
Inspirò ancora una volta a fondo, si stampò il suo solito sorriso sulle labbra ed allungò il dito verso il campanello.
Per qualche secondo quel dito rimase sospeso nel nulla, a pochi millimetri dalla superficie lucida e riflettente dell’ottone.
L’indice tremò leggermente ed il sorriso vacillò sulle labbra, contratte in una smorfia che partiva da un dolore ben più intimo di quelli che aveva provato fino a quel momento.
La mano deviò dal campanello e si appoggiò allo stipite, sostenendo il peso di quel corpo che molto presto non avrebbe più avuto consistenza.
Era bello poter ancora avvertire la propria fisicità, la propria integrità apparente.
Quanto avrebbe impiegato per non reggersi più in piedi?
Per dover vivere con gli antidolorifici conficcati nelle vene?
Quanto per vedere solo le pareti di una camera d’ospedale intorno a sé?
Non era operabile…
Il medico era stato chiaro, fin quasi ad essere crudele, ma lei gli era stata comunque grata per la franchezza, per quanto brutale e diretta.
Quel tipo di tumore non era operabile.
Nel proprio breve futuro esistevano tutte quelle cure sperimentali che le erano state prospettate e che avrebbero comunque distrutto il suo fisico per permetterle di protrarre nel tempo la fine.
Ma ne valeva la pena?
Era così certa di volersi sottoporre a quella tortura per sopravvivere, quanto?
Due mesi? Nella migliore delle ipotesi sei, non di più.
Scosse lievemente la testa come se stesse rispondendo ad una domanda posta a se stessa, al proprio animo.
Non era davvero certa che ne valesse la pena.
E proprio per questo, per tutto ciò che le si prospettava, non voleva lui di fianco.
Non lo voleva al proprio capezzale, a struggersi, impotente, per qualcosa che non avrebbe potuto cambiare.
E nel momento stesso in cui l’ipotetica immagine si delineò davanti ai suoi occhi, Serena raddrizzò la schiena di colpo, sentendosi invadere da una rabbia che in quel momento le dava forza.
No. Avrebbe fatto qualunque cosa per risparmiare a lui un dolore simile, una sconfitta così cocente. Anche a costo di maltrattarlo. Di fargli credere qualunque cosa pur di farsi lasciare e di vederlo andare via, possibilmente furioso.
Il dito non ebbe più alcuna esitazione quando calò con decisione sul tasto in ottone, rientrando con uno scatto secco nel proprio meccanismo.

Alex

L’avrei strozzata se tutto non fosse risultato così assurdo e così rapido. Era entrata in casa, come ogni sera l’aspettavo sulla soglia per darle un bacio, mi aveva scansato ed era corsa nella nostra camera, aveva tirato giù mezzo armadio, riempito frettolosamente la borsa della piscina e se ne era andata, non rispondendo che a monosillabi alle mie domande. Sulla porta sbraitò di non seguirla e di non cercarla per nessuna ragione al mondo. E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati, le sue ultime parole mentre già stava sbattendo il portone. Provai a telefonarle ma non rispose neppure ai miei messaggi e dopo un paio di giorni il suo numero risultò non raggiungibile. Telefonai a Carla, la sua migliore amica, la quale mi giurò di non sapere niente. Provai ad andare in ufficio ma la segretaria mi rispose che Serena aveva preso l’aspettativa e neppure loro avevano un recapito aggiornato. Ma vi pare possibile, dico io? Ma cosa le è preso, una mattonata in testa? Scappare così, senza dare una spiegazione, dall’oggi al domani. Con chi, poi? E dove? Recuperai il numero dei suoi genitori, erano anni che non li vedeva, non conoscevano la mia voce e mi finsi avvocato per chiedere delle informazioni: tutto vano. Sparita. Sparita nel nulla. Decisi di rivolgermi ai carabinieri. Mi risposero che molte persone scappano di casa, che io non ero un familiare, solo un convivente e che comunque avrei potuto in ogni caso fare denuncia e che loro si sarebbero impegnati nelle indagini ma si sa, la scarsità di risorse… Lasciai perdere.

Dopo molta insistenza fissai un appuntamento con Carla. Scelse un bar dall’altra parte della città, aveva detto di avere un nuovo compagno e non voleva che qualcuno ci vedesse insieme. Spergiurò di non sapere dove Serena fosse scappata ma che l’aveva sentita e che stava benone. No, non stava con qualcuno, aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo per sé, di staccare, magari fare un viaggio da sola. Confermo, aveva preso una mattonata in testa.

Effettivamente avevamo parlato di fare un viaggio; Serena moriva dalla voglia di andare a New York, aveva visto le mie foto a Manhattan e mi diceva che anche lei voleva una foto mentre si dà da mangiare agli scoiattoli, è come essere in un film. Fu allora che per gioco la soprannominai piccola squirrel. Ma avevamo parlato di andarci insieme, ovviamente; avevamo già un’idea su cosa vedere: la quinta strada, Central Park, Broadway, Times Square, l’Empire State Building. Io mi annoio un po’, ma con lei una tappa al Metropolitan l’avremmo senz’altro fatta.

Ed ora lei era scappata via, sparita, sparita nel nulla. Aveva lasciato anche la chitarra che le avevo regalato qualche mese prima. Avevamo fatto un patto quando era venuta a vivere da me. Lei mi avrebbe insegnato a cucinare ed io le avrei insegnato a suonare la chitarra. Come allievo ero stato decisamente scarso mentre lei aveva imparato in poco tempo tutti gli accordi principali. Era così bello sentirla suonare e cantare. Le dicevo sempre che sentirla cantare era la seconda cosa più bella al mondo (la prima era baciarla). Tutte le sere si esercitava, con impegno e passione. Adorava le canzoni di De André e suonava le sue preferite ogni giorno. Ed ora era scappata, svanita, lasciando la sua chitarra insieme ad un mucchio di altri oggetti personali dai quali non si staccava mai. Lasciando me, solo, ancora una volta, senza un apparente motivo.

Cominciai ad odiarla, profondamente. Più volte avevo avuto l’istinto di prendere tutte le sue cose e farle volare dalla finestra. Ogni oggetto mi parlava di lei. Odiavo i suoi vestiti nell’armadio, la sua chitarra, i suoi spartiti, le nostre canzoni. Odiavo i suoi libri, il suo profumo, la nostra stanza. Odiavo i miei ricordi con lei. Odiavo quella casa, la nostra casa. Non so cosa mi trattenne da dare fuoco a tutto quanto, me compreso.

Tre giorni fa è venuta Carla a casa mia. Dalla sua faccia ho capito subito molte cose. Il resto me l’ha raccontato senza fare preamboli. Serena era morta poche ore prima. Aveva vissuto a casa della sua amica quegli ultimi due mesi, in mezzo a atroci sofferenze. Mi ha consegnato una lettera che Serena aveva scritto per me qualche giorno prima. L’ho abbracciata, entrambi piangevamo inconsolabili senza riuscire a dire niente.

Mio caro Alex. So che mi odi. Ma quando leggerai queste mie ultime parole forse capirai. Ho voluto risparmiarti tutto quanto. Non ti ho voluto al mio capezzale, a struggerti, impotente, per qualcosa che non avresti potuto cambiare. Ma non voglio parlare di questo. Me ne andrò da questa vita avendo negli occhi tutti i momenti belli vissuti insieme. Peccato non aver fatto in tempo ad andare a New York, avrei tanto desiderato dar da mangiare agli scoiattoli in Central Park. Lo ricordo, sai, mi dicevi sei la mia piccola squirrel. Avrei tanto altro da dirti ma non ho più le forze e non sono brava come te a scrivere. Ricordi? Una delle nostre canzoni preferite dice tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole. Ti amo Alex. Non lo dimenticare mai. Per sempre tua, Serena.

L’abbiamo sepolta in un giorno di sole, quel sole che lei amava tanto. C’erano i suoi colleghi, i suoi genitori, Carla, qualche amica che non conoscevo. Mi hanno chiesto se volevo dire qualcosa. Non ho trovato la forza di dire niente tranne, in cuor mio, maledire il signore del tempo. Senza di lei la vita sarà un lungo giorno senza stelle e senza parole.

4 risposte a “Piccola Squirrel”

  1. quando vi ho richiesto un racconto a ” quattro mani “, non potevo certo immaginare qualcosa del genere, immaginavo da vecchia romantica quale sono un amore, anche fugace, ma non contaminato da un dolore così grande …..Ma i grandi dolori sono parte della vita e Piccola Squirrel in un numero così piccolo di righe li descrive perfettamente …
    è vero, ho avuto bisogno dello scottex ma non per i motivi che si possono immaginare…mi addolora che Serena abbia voluto escludere Alex dai suoi ultimi due mesi e mezzo di vita – io lo so, sarebbero stati i giorni migliori della loro vita !

  2. pamela ha detto:

    Un racconto davvero molto amaro, ma allo stesso tempo profondo, dolce e significativo che dimostra credo la prova d’amore più grande: quella di risparmiare alla persona amata la sofferenza della malttia, del dolore e forse anche l’obbligo di restare accanto ….è questo l’amore incondizionaro secondo me!

  3. massimo ha detto:

    emozionante e scritto molto bene. Bravi

  4. Bravi, anzi, bravissimi!

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