Lo scrittore di lettere d’amore

Eravamo insieme.
Tutto il resto del tempo l’ho scordato.

Walt Whitman

Mi parla di te il profumo del basilico fresco o l’odore caldo del pane o della focaccia. Mi parlano di te i colori delle rose o la danza allegra dei girasoli. Mi parlano di te i giorni di sole, le nuvole bianche e la brezza del mattino presto. Mi parlano di te i libri che mi fanno compagnia, la melodia degli archi, le canzoni e le poesie che adoro. Le fragole con la panna, la granita alla menta, l’acqua fresca d’estate. Mi parla di te lo scorrere incessante delle stagioni, il verde dei prati, i filari di viti, il profilo dei monti dalla mia finestra, la luce vaga delle stelle. Mi parla di te il canto degli uccelli, i fiori di ciliegio, i riflessi di luna sul mare. I miei film preferiti, le mie passeggiate in bicicletta. Mi parlano di te, Christine, tutti i miei pensieri e non ci posso fare niente.

Che altro dire? Di te mi parla il cielo.

Jacques

I libri sono la mia vita, fin da quando ero un ragazzino. Fin da quando sfidavo i pirati o ero andato a vivere sugli alberi; da quando allevavo una volpe venuta da lontano o viaggiavo al centro della terra. I libri sono la mia vita, ho detto: e lo sono ancora, mi danno perfino da vivere! No, no, non sono un tipografo e nemmeno un libraio, sono uno scrittore, giuro! Potete trovare i miei romanzi senza problema in diverse biblioteche e sicuramente in tutte le librerie italiane, stanno là in bella vista tra le pile di bestseller. Uhm, ma come siete diffidenti. Ah, volete sapere come mi chiamo? Facile, mi chiamo Alex, Alex Speroni. Come dite? Non conoscete il mio nome, vero? Certo, certo, non firmo i miei lavori con il mio nome, io sono soltanto un ghostwriter, un autore professionista, pagato per scrivere libri ufficialmente attribuiti ad un’altra persona, generalmente un tizio molto famoso. Le mia specialità: i romanzi storici, la fantascienza e i gialli. Se avete letto storie fantastiche sull’antico Egitto, ricostruzioni storiche rigorosissime sulle vite dei templari e il Sacro Graal, le verità che nessuno vi ha mai raccontato sugli UFO oppure gli ultimi polizieschi italiani, allora vi sono debitore e vi ringrazio perché con molta probabilità avrete contribuito a pagarmi il mutuo o le ultime vacanze. Spero almeno che vi siate divertiti, altrimenti pazienza, nel caso rivogliate i soldi indietro potete tranquillamente contattare quei signori ricchi e famosi che mettono il loro nome prima del titolo sulla copertina: io è come se non esistessi, ricordatevelo.

Ah, dimenticavo. Mi spiace, ma non ho nessun segreto da svelarvi per potermi sdebitare di tutto questo: conduco una vita tranquilla, noiosa, sicuramente meno affascinante della vostra; non sono mai apparso sui giornali, sulle riviste di gossip o in tv. Vi assicuro che non c’è niente di tutto quel che faccio che possa interessarvi, a parte i miei libri. O meglio: questo era vero fino a un paio di mesi fa, prima che…

Io scrivo, scrivo, scrivo. È il mio lavoro, ve l’ho detto. Non ho tempo per gli affari e nemmeno ne sarei capace. Ma sono fortunato, c’è chi se ne occupa brillantemente per me, ho un agente. Anzi un’agente, Michela Franchi. Michela è figlia d’arte, suo padre ha lavorato per una vita come agente letterario e lei, dopo studi inconcludenti in giurisprudenza dilatati su oltre un decennio, ne ha rilevato i contatti e l’attività. Michela è una donna affascinante e conduce una vita diametralmente opposta alla mia. Da qualche anno vive a Parigi con il compagno, un miliardario titolare di una nota catena di negozi di libri sparsi per tutto l’occidente. Quando ha bisogno di parlarmi mi chiama dai posti più improbabili, una volta mi telefona da qualche sperduta fattoria argentina e la volta seguente mi dice che è a prendere il sole su un isolotto thailandese. Conduce una sorta di sfida ai fusi orari e al jet lag: qualche giorno dopo sicuramente mi contatterà da Oslo o da Casablanca, statene certi. Non so mai dove si trova, ma non è un problema in questo mondo tecnologico: le scrivo una mail e lei mi risponde appena può; Michela è sempre a giro, ma non stacca mai dal lavoro.

Era una mattina piovosa di due mesi fa; mi trovavo nella sala d’aspetto del mio avvocato quando mi chiamò. “Pronto, ciao Michela, come stai?” “Ciao Alex, ho un nuovo lavoro per te”. Quando parla non dà neppure il tempo di rispondere. “È arrivato il momento che tu scriva una storia d’amore”. Ma sei pazza? “Non mi dire che sono pazza, lo so, non le hai mai scritte ma c’è sempre una prima volta”. È pazza, confermo. “È un romanzo epistolare, si svolge negli anni ’80, poi ti scrivo tutti i dettagli”. Non li voglio i dettagli, io non scrivo romanzetti rosa. “Non è un romanzo rosa”. Ma mi leggi nel pensiero? “È roba grossa, l’autore nominale sarà un ministro, diventi ricco, vedrai.” Ricca lo diventi tu, anzi lo sei già… “Ascolta non ho tempo ora, ci risentiamo, ah, non ti ho chiesto come stai…” “Io? ecco…io ehm…sono dall’avvocato, ho avuto momenti miglio..” “Ciao, ciao scusa devo andare, ciao!”

Ecco questa è la mia agente, bel tipino, vero?

I dettagli mi arrivarono un paio di giorni dopo per mail. Si trattava di un romanzo epistolare, appunto. Protagonisti Jacques e Christine. Si erano appena innamorati l’una dell’altra poco prima che il ragazzo si trasferisse per sei mesi in Italia, in Toscana, per la precisione, con lo scopo di perfezionare la lingua italiana e gli studi sulla nostra cultura. Le lettere, in particolare quelle di Jacques, avrebbero dovuto essere poetiche, in modo da suscitare l’interesse principalmente del pubblico femminile. Ci sarebbero stati riferimenti alla cultura francese (i poeti maledetti, Pierre de Ronsard, Jacquest Prévert ed altri ancora) ma anche a quella italiana ma anche ispanica, senza tralasciare Shakespeare. Le lettere di Christine invece sarebbero state molto semplici, niente di poetico. Cosa non si fa per la carriera politica!!! Come fosse venuto in mente all’entourage del ministro di “scrivere” un libro siffatto non era riportato nella mail di Michela. Sapevo che aveva agganci molto potenti, tramite Jean Paul, il suo compagno, ma fino a quel giorno non avevo mai scritto per un ministro!

La mia decisione di rifiutare il lavoro fu immediata. Non capivo tra l’altro come mai Michela si fosse rivolta a me. Intanto non era il mio genere – ero sicuro che la casa editrice di Jean Paul poteva contare su ben altri scrittori di lettere d’amore – e poi quello non era certo il momento più adatto: due giorni prima me ne stavo nello studio del mio avvocato per discutere i dettagli della separazione da mia moglie Annalisa ed ora mi si chiedeva di scrivere un romanzo d’amore. Che roba! La vita sa proprio essere crudele…

Risposi immediatamente per mail a Michela, per la prima volta mi trovavo a respingere una sua offerta di lavoro; i motivi, scrissi, sono di natura professionale e soprattutto dettati dalle circostanze, non era certo quello il momento più adatto per scrivere un romanzuccio da donnicciole – per me di quello si trattava – non avevo nessuna voglia e capacità di raccontare sensazioni, sentimenti, emozioni. Poesie? Figuriamoci. E poi, di quali sentimenti avrei potuto scrivere? Mi sentivo arido, inutile, mi sentivo un sacco vuoto. Ero lì solo, davanti al pc, nella casa in cui avevo vissuto per così tanto tempo con mia moglie Annalisa e che negli ultimi quattro anni era stata rallegrata dalla presenza di Martina, la mia dolcissima principessa. E ora cosa era rimasto della mia vita? Un quarantenne solo, con un lavoro precario da ghostwriter. Mia moglie aveva cambiato casa e compagno, portandosi via mia figlia insieme a tutte le sue cose e a tutti miei sogni, portandosi via la mia esistenza.

Spensi il pc, mi vestii e uscii da casa per andare al supermarket per fare la spesa, avevo il frigorifero vuoto, come sempre e se non volevo rischiare di morire di fame dovevo procurami qualcosa da mettere sotto i denti, di questo si sarebbe trattato, non di una bella cena, non si mangia mai bene quando si è soli.

In quel periodo odiavo i supermarket, è così quando ci si separa, non si ha voglia di incontrare qualche conoscente che ti vede da solo e subito ti domanda di tua moglie. Come osi chiedermi di lei, le ho dato la mia vita e quella vipera per riconoscenza mi ha mollato. No, non puoi rispondere così, allora fai il vago, ti vergogni a confessare in mezzo agli scaffali pieni di orecchi in ascolto che ti sei separato e che lei ora vive felicemente con tua figlia e con un altro uomo nel quartiere vicino. Finisce così che ti inventi una scusa, tanto è questione di giorni, lo sapranno tutti a breve… Essendo uno scrittore non ho orari prestabiliti, non devo timbrare nessun cartellino; eppoi lavoro in casa, mi posso gestire i tempi come credo meglio; avevo così adottato la soluzione di andare al supermarket in orari poco comodi a chi lavora, certo rimanevano sempre i pensionati, i disoccupati e le casalinghe… Comunque ero proprio dentro al supermarket, con il carrello già pieno di cibi pre-cotti, bibite e un po’ di frutta quando suonò il telefono. Era Michela, la mia agente. Il suo tono era infuriato, non mi dava neppure il tempo di prendere fiato e comunque non mi andava di rispondere e spifferare le mie cose a tutti i clienti; riuscii a fatica a dirle che l’avrei richiamata entro mezz’ora e riattaccai. Michela: un’altra vipera appunto, bella, affascinante, intelligente; lei sì che mi sfruttava, io scrivevo, scrivevo e lei chissà quanto ci guadagnava con il mio lavoro. A dire il vero non avevo mai avuto nessuna discussione con lei fino a quel giorno e se non fosse stato per quelle dannate lettere d’amore…

Tornai a casa, riempii il freezer e la richiamai. Il suo tono era diverso, aveva un’altra modulazione, decisamente più dolce. Ci sapeva fare. “Alex, non puoi dirmi di no”. Certo che ti dico di no. “Ascolta Michela, io..” “No, Alex sono nelle tue mani”. E fammi parlare.. “Michela, io” “Lo capisci che questo è un ministro? Non puoi dirmi di no”. Sto provando a dirtelo.. “Non ci riesco, io non so scrivere lettere d’amore” “Cosa??? Hai una moglie, una figlia e sostieni che uno scrittore da centinaia di migliaia di copie non sa scrivere delle sciocche lettere d’amore, ma mi prendi in giro?” “Michela, senti, è successo una cosa grave, mia moglie se n’è andata già da qualche mese con nostra figlia ed io non ho proprio voglia di inventarmi lettere d’amore per questo signor ministro francese, non so neppure chi sia..” Per la prima volta rimase senza parole… “Non so perché ti sei intestardita e ritieni che dovrei essere io a scrivere questo romanzo, ma sono sicuro che Jean Paul ha a disposizione una schiera di ghostwriter molto più bravi di me…” Silenzio, non rispondeva… “Michela, ci sei?” “Sì, sì, ci sono, senti, mi dispiace davvero molto per quello che ti è successo, non l’avrei mai detto, tu e Annalisa sembravate una coppia così bella… senti, non ti posso spiegare tutto ora per telefono, ma ho bisogno di te, ho tremendamente bisogno di te, devo rispettare un contratto con penali tremende e solo tu mi puoi aiutare. Comincia a scrivere, mi manderai ogni giorno qualche paginetta e ogni giorno io le leggerò, ti aiuterò, vedrò cosa si può fare.” Ero stupito, Michela non mi aveva mai fatto personalmente da editor, tutta presa dai suoi viaggi. E cos’era poi questa cosa del contratto, aveva firmato pensando a me senza dirmi niente… “Non abbiamo tempo da perdere Alex, comincia subito, stasera stessa, aggiorniamoci, ho un’idea, ascolta, perché non vieni un paio di giorni a Parigi, pago io i biglietti e ti ospito da me. Jean Paul starà via per un paio di settimane, ha una serie di grossi incontri di lavoro negli Stati Uniti e in Brasile, e io non voglio rimanere tutto questo tempo sola con il gatto e con Emily, la governante.” “Michela, io non posso scrivere lettere d’amore, non sono innamorato.” Rimase di nuovo in silenzio per qualche secondo. “Alex,” riprese “hai mai letto Oceano Mare di Baricco?” Conosco l’autore, fa compagnia ai bestseller che scrivo io… “No, ma che c’entra?” “Centra, centra: ascolta. Non ho il testo sottomano, cito a memoria. Senti, in questo libro c’è un tizio, un certo Bartleboom, che non ha una donna, ma è sicuro che un giorno troverà una donna che da sempre è la sua donna. Nel frattempo ogni giorno le scrive una lettera d’amore. E quando la incontrerà le darà la scatola con tutte le lettere che lui ha scritto per lei. Ecco tu devi fare lo stesso.” Fui io a rimanere in silenzio per qualche attimo. “Michela è una bella storia questa che mi hai raccontato, ma è solo una storia, è solo un libro.” “E tu devi scrivere proprio un libro Alex. Ok, facciamo così, ci sentiamo domani mattina e mi fai leggere le prime lettere tra i due innamorati.” “Michela, io…” “Ciao, ciao, buona serata Alex, sapevo di poter contare su di te.” “veramente..” “Grazie Alex, ti debbo molto…”. Sentii il click del telefono, la nostra conversazione era terminata ed io avrei mettermi subito al lavoro, figuriamoci! Fu mentre scongelavo il risotto allo zafferano che fui preso da curiosità… com’è che Jean Paul se ne sarebbe andato via per un paio di settimane lasciando tutta sola quello schianto di Michela? Boh, non importava in fondo. Michela era e sarebbe stata sempre irraggiungibile… L’unica cosa che importava era che io avrei dovuto cominciare a scrivere queste benedette lettere d’amore.

Come si scrive una lettera d’amore? Si accettano suggerimenti, io non lo sapevo, non l’avevo mai fatto. Era paradossale: avevo già scritto una decina di libri, zeppi di descrizioni minuziose di lotte, inseguimenti, battaglie, sacrifici cruenti, orribili delitti, mostri terrificanti. Ma non avevo mai scritto una lettera d’amore. Nemmeno nella vita reale: da molti anni vivevo con Annalisa, non avevo avuto alcun bisogno di scriverle una lettera. Certo ora che se ne era andata…

Comunque, poi c’era questo fatto delle citazioni. Michela mi aveva scritto che Jacques, questo ragazzotto francese, che già cominciavo ad odiare, doveva citare tutta una serie di poeti francesi e poi ci dovevano essere altri riferimenti, italiani, spagnoli, vattelappesca. Avrei dovuto mettermi a studiare ma non avevo tempo, in casa poi non avevo granché di quegli autori, in biblioteca chissà… avrei cercato in libreria, forse per fare prima mi conveniva cercare su Internet; comunque non avrei avuto molto tempo per leggere.. Pensai di cominciare a descrivere il viaggio, in treno, sì, l’avrei ambientato in treno; un paio di lettere per descrivere il viaggio in treno, in modo da dare qualcosa da leggere a Michela la mattina dopo. E poi si sarebbe visto. Buttai giù qualche paginetta, ma ero stanco, molto stanco e me ne andai a letto prima di aver finito, crollando immediatamente; dopo poche ore però mi svegliai, come sempre nel cuore della notte; avevo iniziato a soffrire di insonnia quando mi ero separato e fino ad allora mi ero rifiutato di prendere alcun medicinale. Speravo di guarire da solo ma forse era il caso di prendere qualcosa, qualche tisana non lo so. Pensai al guaio in cui mi ero cacciato, scrivere un romanzo d’amore, ma che ne sapevo in fondo io dell’amore, ero solo un uomo fallito, uno scrittore sconosciuto, lasciato dalla moglie; potevo vedere mia figlia Martina solo ad orari prestabiliti, era una vita la mia? Gli amici? Sì, avevo amici, ognuno con le le loro famiglie da portare avanti e abbastanza problemi per non pensare anche ai miei. Forse mi avrebbe fatto bene cambiare aria, non era male l’idea di un giretto a Parigi, erano passati molti anni ormai dall’ultima volta, solo che quella volta era stato un week-end lungo con Annalisa e questa volta invece sarei andato là solo per discutere della stesura di un libro che non sarei mai riuscito a scrivere. Rimuginando e rimuginando si fece l’alba finché non mi riaddormentai.

Mi svegliai intorno alle dieci del mattino, per niente riposato e con un forte mal di schiena. E pensare che quel giorno avrei dovuto scrivere lettere d’amore… piuttosto avrei smesso di fingermi scrittore e sarei a friggere patatine in un McDonald’s. Accesi il pc, Michela mi aveva scritto stupita perché ancora non aveva ricevuto nemmeno una bozza. Al diavolo tu, le tue bozze e le tue penali! Chi se ne frega delle tue penali! Quella strega mi aveva prenotato anche il biglietto aereo per Parigi per il giorno dopo; sarei dovuto recarmi all’aeroporto di Pisa al mattino, l’imbarco era previsto poco dopo mezzogiorno. Completavano la mail tutte le istruzioni per raggiungere la sua abitazione dall’aeroporto di Orly, tramite treni e metropolitane varie. Ma in che razza di guaio sono andato a cacciarmi, mi ripetevo. Ora la chiamo e le dico di trovarsi un altro scrittore. Mi reggeva solo l’istinto di sopravvivenza. Nel giro di pochi mesi avrei dovuto restituire ad Annalisa metà del valore dell’appartamento: non avevo grandi risparmi e questo significava venderlo ed andare a vivere in affitto; non potevo certo permettermi pure di perdere la mia agente. Che altro sapevo fare se non scrivere libri inutili? Non potevo rimanere chiuso in casa, era inutile che mi mettessi al pc, non avrei scritto una riga in quelle condizioni. Uscii e girai a piedi senza una meta precisa. Finii in una grande libreria, la più grande della città. C’erano sempre i soliti libri, anche i miei, insomma quelli che avevo scritto io ma senza il mio nome sulla copertina. Questa non è cultura, questo è un semplice commercio, come quello delle saponette o dei sughi pronti, pensai. I soliti libri, le solite case editrici. E pensare che avevo sempre amato i libri, fin dall’infanzia e ora li odiavo, profondamente, non ne avrei letto per passione nemmeno uno. Mi recai allo scaffale della poesia, in un angolo nascosto della libreria, niente a che vedere con gli scaffali delle guide turistiche o dei libri di auto-aiuto. Lì c’erano tutti gli autori di cui mi aveva scritto Michela, ne presi una decina a caso e mi diressi alla cassa.

Tornai a casa, Michela mi aveva di nuovo scritto, dove ero finito, perché non rispondevo, mi avrebbe chiamato a breve e così via. Risposi in due righe che ero stato a raccogliere materiale, per documentarmi e che le avrei scritto in serata. Staccai il telefono e cominciai a leggere…

Lessi per molte ore ininterrottamente, erano secoli che non leggevo tutta questa poesia o forse, più probabilmente, non l’avevo mai fatto. Riaccesi il telefono. C’erano un paio di sms di pubblicità e due chiamate perse, Annalisa e Michela. Chiamai Annalisa, mi chiese se potevo tenere Martina per un paio di giorni, le dissi che stavo per partire per lavoro per Parigi e si infuriò come suo solito, riattaccando. Chiamai Michela, con lei risparmiai la fatica, era già infuriata; le confermai che il giorno dopo sarei regolarmente andato a Parigi. Mi ricordò di portare il pc portatile e che non andavo su a fare una bella vacanza, ma a lavorare. Mangiai un boccone e continuai a leggere fino a notte tarda. Solo prima di addormentarmi mi ricordai che non avevo ancora preparato la valigia. Al diavolo, l’avrei fatta la mattina dopo.

Arrivai all’aeroporto di buon ora, consegnai la valigia e portai soltanto il pc come bagaglio a mano. Queste compagnie low-cost sono economiche ma hanno tutta una serie di restrizioni che ti fanno diventar matto. Il check-in online, e i chilogrammi del bagaglio, e quanti pezzi, e il portatile che va messo in valigia. Insomma fanno di tutto per costringerti a sbagliare e farti pagare un sovrapprezzo.

La carta di imbarco, poi, non stabilisce il posto in aereo, chi sale prima sceglie il posto e allora ecco che si scatena la rissa, come se non arrivassimo tutti insieme. Io in questi casi evito la rissa e salgo tra gli ultimi. Non ho problemi a finire in un posto in coda all’aereo. Anche quella volta mi toccò un posto nelle ultime file. Eravamo sulla pista, i motori accesi, mi assopii e la mia testa…

“È successo”, disse, “capita”. “Cosa è successo, Annalisa?” “È successo, Alex”. Ti odio quando fai così. “Non capisco, amore, che cosa è successo?” “Alex, non so come dirtelo, ma io, ecco, io mi sono innamorata di un altro uomo, io non volevo, ecco, però, io sono innamorata di un altro, ho deciso di andare a vivere con lui” “Che stai dicendo Annalisa, tu innamorata di un altro uomo, ma che stai dicendo, tu sei mia moglie, te lo ricordo…” “Lo so, Alex, che sono tua moglie, ma mi sono innamorata di un altro…” “Ma tu non puoi innamorarti di un altro” “È successo, te l’ho detto”. (Come si dice ad una persona che la vogliamo mollare? Non lo so, è una di quelle cose che non ho mai fatto, ah sì, una volta l’ho fatto, avevo diciott’anni, al liceo, ma non ci fu nessun dramma all’epoca, quella tizia, Deborah, si rifece in quattro e quattr’otto…) “E vorresti dire che te ne vai da me, dalla nostra casa? E Martina, ci hai pensato a Martina? E poi di chi ti saresti innamorata?” “Senti Alex, sono mesi che ci penso, ma tu non ti sei mai accorto di niente, distratto come sei, sempre a pensare ai templari o ai pirati del sud” “È il mio lavoro, Annalisa…” “Sì, lo so, ma hai mai pensato che esistono cose molto più importanti del lavoro, ad esempio una moglie?” “Annalisa, ma io, io, io ti amo e non voglio perderti” “Anch’io ti amavo Alex, ma è tardi ormai, io ho diritto a essere felice. E stai attento che quando si perde qualcosa è perché non ci hai badato abbastanza, perché se ci tieni veramente ci stai attento.” “Ma io ho fatto tutto per farti felice. E chi è questo bastardo rovina famiglie, lo voglio sapere, lo uccido” “Tu non uccidi nessuno Alex, vuoi rovinare la tua vita, la mia, quella di tua figlia?” “Ma io sono già rovinato…” “Alex, ti rifarai una vita prima o poi, come tutti…” Il sogno era sempre quello, un incubo più che un sogno, la cruda realtà più che un incubo. Il rombo dei motori dell’aereo in partenza mi svegliò e mi riportò nella realtà, nella stessa amara realtà.

Il volo Pisa Parigi è breve, poco più di un’ora. Si impiega molto più tempo negli aeroporti, il drop-in dei bagagli, il controllo sicurezza e poi lo scalo, il controllo documenti, il recupero dei bagagli. Se si ha la fortuna di viaggiare in una giornata di sole il volo è bellissimo, si possono ammirare dal finestrino le Alpi innevate, il lago di Ginevra, un vero spettacolo della natura. Quel giorno però il cielo era nuvoloso e non si vedeva niente. Proprio un perioduccio…

Dopo essermi perso un paio di volte nei meandri del Metrò parigino riuscii a infilarmi sulla linea 6 (che per essere una metropolitana è strana, è una sopraelevata…) e scesi alla fermata di Cambronne. Feci uno squillo a Michela perché mi venisse a prendere, rispose che sarebbe arrivata in un minuto, ma mi fece aspettare almeno un quarto d’ora.

La vidi arrivare da lontano. Era bellissima, come sempre, non altissima ma magra, jeans e camicetta, sembrava una ragazzina. I suoi riccioli mori ondeggiavano al vento e indossava come sempre un paio di enormi occhiali da sole. Non ho mai capito perché li porti così spesso, ha degli occhi così belli, perché nasconderli, mah, valle a capire le donne. Ci salutammo e senza tanti discorsi mi condusse nell’appartamento, dove lei e Jean Paul vivevano insieme da un paio d’anni.

Scendemmo dall’ascensore e quando la porta dell’appartamento si richiuse dentro di noi mi resi conto di essere finito in una reggia. Mi trovavo in una mansarda luminosa, dalle finestre sembrava di toccare la torre Eiffel. L’arredamento era moderno, niente era lasciato al caso. L’ordine regnava sovrano, la loro governante doveva essere in gamba. Michela offrì un aperitivo, poi mi condusse nella camera degli ospiti, dove avrei dormito io. C’erano un letto matrimoniale, una cassettiera con specchio, un armadio a quattro ante, una scrivania in legno, un televisore. Avevo persino un bagno privato, tutto per me. “Mi posso trasferire qui?” “Non credo proprio, scemo! Sei qui per lavorare, non in vacanza, ricordatelo. Ah, quello è Asterix, il mio gatto persiano”. Più che un gatto pareva un cucciolo di tigre… “Che bello, mangia gli sconosciuti?” “Scemo, non mangia gli sconosciuti, solo gli scrittori falliti come te… Per lo wi-fi la password è scritta su quel post-it. Internet è offerto dalla casa” .

C’era un libro sulla scrivania, mi incuriosì il titolo, Norweegian Wood. Lo presi tra le mani. “Lo conosci?” chiese Michela. “Il titolo non mi è nuovo, è una canzone…” “..dei Beatles, sì, ma non l’hanno scritto loro…” Questo lo immaginavo. “Mai sentito. Chi è questo Haruki Murakami? Sembra un nome giapponese…” “Non sembra, è, ignorante che non sei altro…” Ma i giapponesi non scrivono solo manga? “No, onestamente non lo conosco. È bravo?” “Mille volte meglio di te”. E allora perché non le fai scrivere a questo tizio con gli occhi a mandorla queste benedette lettere… “Non ne dubito…”. Lo aprii, sfogliandolo a caso, c’era un paragrafo sottolineato, lo lessi a voce alta:

“Posa quello stupido ombrello e stringimi bene con tutte e due le braccia” disse Midori. “Senza ombrello diventeremo bagnati fradici.” “Non me ne importa niente. Voglio solo essere tenuta stretta senza pensare più a niente.” “Ecco” disse Michela “questo è l’amore, ti hanno mai detto niente di simile?” No, decisamente. “Non lo so, Michela, non me lo ricordo” “Allora siamo messi male davvero…Senti, fatti una doccia e usciamo!” “Come, usciamo? Non dovevamo lavorare?” “Sì, ma non si lavora soltanto stando chiusi in un appartamento. E poi un po’ d’aria di Parigi ti farà bene…” “D’accordo, il capo qui sei tu…”

Prendemmo un taxi che ci accompagnò ai giardini del Lussemburgo. Noleggiavano degli sdrai, ne prendemmo due non lontano dalla fontana dei Medici. “Mi piace questo modo di lavorare…” scherzai… “Pure a me” sorrise . “Senti Alex, raccontami qualcosa su quello che ti è successo…” Eccoci, lo sapevo… “Che ti devo dire Michela, Annalisa un bel giorno ha preso e se ne è andata; il tizio, ho scoperto, è un medico molto famoso, l’ha conosciuto a una cena, è il fratello di una sua collega. E mi ha lasciato, così dall’oggi al domani” “Alex, Alex, non l’hai ancora capito, non ci si lascia così dall’oggi al domani solo perché si conosce un tizio interessante. Ti ha lasciato perché la vostra storia era finita già da un pezzo…” “Ma io sto male, Michela, tu non puoi capire…” “Certo che ti capisco Alex, anch’io mi sono appena lasciata con Jean Paul e…” “Cosa?” “Sì, hai capito bene, è per questo che Jean è partito da solo per l’America. Tra parentesi non ti fare illusioni, tu dormirai nella stanza degli ospiti ed io nella mia…” Non lo dubitavo… “Ci sono un sacco di cose che ti devo spiegare. Questo lavoro, queste stupide lettere d’amore per me sono molto importanti. Negli ultimi tempi avevo trascurato la mia attività di agente e questo è l’unico contratto significativo che ho tra le mani. Ho chiesto a te perché sei il migliore tra gli scrittori che si affidano a me, non potevo pescare qualcuno dalla sua casa editrice in questo momento, tu mi capisci…” “E, e perché vi siete lasciati?” “Perché le storie a volte finiscono Alex, lo sai. Noi avevamo tutto, soldi, fama, ricchezza, belle amicizie. Forse avevamo troppo ma siamo troppo diversi. Per stare insieme ci vuole molto meno, ma occorrono ideali simili, magari un progetto di vita in comune e noi non ce l’avevamo” “Come farai con la casa? La lascia a te?” “No, no, la casa è sua. Ci porterà una delle tante sgualdrine che gli stanno sempre dietro, anzi non a lui, ai suoi soldi. Io possiedo un piccolo appartamento a Poissy, mi trasferirò là da sola con Asterix, sono stufa degli uomini, credimi. Oppure tornerò in Italia, ma non credo. Ti devo confessare che se questo progetto va bene per molto tempo né io né te avremo problemi economici. Ma se andrà male, io andrò in rovina e tu dovrai trovarti un altro agente oppure cambiare mestiere.” Era la prima volta che Michela mi raccontava qualcosa della sua vita privata e mi parlava così francamente. “Senti, ma tu non hai fame?” mi chiese. “Ho una fame da lupi” “C”è un ristorante giapponese, qua vicino, ti va?” “Cosa, mi vuoi portare a mangiare alghe fritte?” “Non sono fritte, ignorante” “Ah, allora ci vengo…”

Il locale era molto carino, lo ammetto. A differenza dei normali ristoranti a cui sono abituato la cucina era aperta, il bancone dei cuochi era proprio di fronte ai tavoli e i clienti potevano ammirare la preparazione dei piatti. “Davvero non sei mai stato in un giapponese?” Per fortuna. “No, ma sono curioso e anche un po’ in difficoltà, è che non saprei che cosa ordinare..” “Ci penso io, tu lascia fare a me!”. Michela ordinò del sashimi, poi, mentre stavamo aspettando, mi spiegò. Il sashimi è un piatto pregiato; è costituito principalmente da pesce e molluschi freschissimi, tagliati in fettine sottili. Ci porteranno una ciotola di salsa di soia e del wasabi.” “Wasa che?” “Wasabi è una pastella di colore verde, sapore particolarmente piccante; è ricavata da una pianta giapponese, il wasabi appunto. Scioglieremo piccole porzioni di wasabi nella pasta di soia, poi intingeremo le fettine di sashimi nella scodella prima di gustarle. Faremo tutto rigorosamente con le bacchettine.” La guardai stupito, io non avevo mai imparato ad usare le bacchettine. “Non ho mai imparato ad usarle, non mi piace il cibo cinese.” “Questo non è cinese, scemo, è giapponese, è molto diverso. E poi, anche la cucina cinese è molto buona.” Sarà, ma la lascio mangiare a te. “Se lo dici tu, ci credo”.

Nonostante la mia goffaggine con le bacchettine, mangiammo dell’ottimo sashimi, bevendo della birra giapponese chiamata Asahi. All’inizio esagerai con il wasabi ma imparai alla svelta che ne basta poco. Dopo il sashimi fu la volta della tempura di gamberi e verdure. Era squisito, se penso poi che nelle ultime settimane ero sopravvissuto a scatolette…

Tornammo a casa a piedi, sono solo un paio di chilometri, aveva detto Michela, a me sembrò di camminare tutta la notte. Era stata una giornata pesante, il volo da Pisa, i bagagli, i treni. Le raccontai le mie letture del giorno prima, fu contenta e disse che era convinta che avrei fatto un buon lavoro. Io non ne ero convinto. Le chiesi come avrei potuto scrivere lettere d’amore se non ero innamorato. Sì, sì, mi aveva già raccontato la storiella di Baricco, ma non mi aveva convinto per niente… Non rispose subito, poi mi disse: “Devi fare come al cinema” “Al cinema?” “Sì, gli attori e le attrici che si baciano nei film, non sempre sono partner anche nella vita, eppure si baciano e i loro baci sembrano veri. Tu devi fare qualcosa di simile” “Vuoi dire che ora ti dovrei baciare?” “Scemo che non sei altro” rispose ridendo. Mi spiegò come era riuscita ad ottenere il contratto per il libro dall’entourage del ministro. Era tutto un giro di conoscenze altolocate, Michela non era certo come me che frequentavo gli amici del calcetto al bar. Arrivammo a casa, mi disse che al mattino avrei incontrato Emily, la governante filippina. Aveva già organizzato tutti i piani per il giorno dopo. Lei sarebbe andata per due ore a seguire un corso di russo e poi a lezione di tennis. Io avrei lavorato… “Studi il russo, non lo sapevo; ma quante lingue parli?” “L’italiano lo sto dimenticando” disse ridendo. “Parlo, leggo e scrivo francese, inglese e spagnolo correttamente. Il tedesco a livello scolastico e ora sono alle prime armi con il russo. Il latino e il greco antico ormai sono soltanto ricordi dei tempi del liceo, del greco in particolare ricordo solo le lettere. Vedi, studiare le lingue aiuta a tenere in forma la mente. E poi con tutti i viaggi che faccio, insomma che facevo perché ora che ho lasciato Jean Paul…” “E dopo hai il corso di tennis…” “Sì, ho un maestro in gamba, Pierre, siamo amici”. “Torni per pranzo?” “Per il tuo pranzo ci pensa Emily, è molto brava, io mangerò con Pierre al circolo e non fare questo sorriso malizioso, mi fai imbestialire quando fai così. Quando torno devi aver scritto già diverse pagine, così le rivediamo insieme. “D’accordo, capo, ci proverò”. Ci salutammo e andai a dormire. Fu un buon sonno, finalmente, dormii molte ore. Quando mi alzai trovai Asterix e questa famosa Emily. La governante parlava una specie di inglese, sicuramente migliore del mio; capii faticosamente che Michela era appena uscita e che se volevo mangiare qualcosa mi dovevo rivolgere a lei. La ringraziai e accesi il pc. Lasciai da parte le mie preoccupazioni ed iniziai a battere sui tasti. Per la prima volta in vita mia scrivevo lettere e poesie d’amore. Non era proprio ispirazione, ma perlomeno una debole fiammella.

Mia adorata Christine, prima di partire mi hai chiesto perché avevo deciso di venire qua in Italia, lasciando la nostra adorata Val-d’Oise. Ti ho risposto che l’avevo deciso prima di conoscerti, ed è vero; e che serviva per il mio lavoro futuro, ed è vero. Ma c’è un’altra ragione. Certe persone non si imbarcano mai. Si preferisce restare sulla terraferma, magari annoiati e delusi, piuttosto che affrontare il mare aperto, l’angoscia che dà lo spazio infinito.

Molto spesso chi rimane sulla terra aspetta il ritorno dei temerari, di coloro che affrontano il mare e che, al ritorno dai loro lunghi viaggi, hanno sempre qualcosa di nuovo, di esotico, di incredibile da raccontare. Si sta lì ad ascoltare ammirati le loro avventure con molta invidia mal celata, ma per paura o per abitudine si continua a rimanere a terra. So bene come funziona. Anch’io per molto tempo ho preferito la terra al mare.

Poi un giorno mi sono ricordato che tutti noi siamo costituiti principalmente d’acqua. E che la nostra natura, perciò, è essere naviganti. Da allora il mare mi fa meno paura. Così ho mollato gli ormeggi: oggi anch’io ho qualcosa da raccontare… E ti prometto che tornerò da te più forte e migliore di quando sono partito,

tuo Jacques

Continuai a scrivere per tutta la mattina, in qualche modo riuscii a chiedere a Emily di non prepararmi un pranzo e mi feci portare una baguette al tonno, che divorai davanti al pc. Avevo acceso le casse del pc e scrivevo ascoltando da youtube i temi d’amore più belli scritti da Ennio Morricone. Quando scrivo non ascolto canzoni italiane; non voglio essere distratto dalle parole, al limite ascolto canzoni in inglese tanto non capisco quasi niente. Ma quel giorno le musiche del nostro Maestro italiano andavano più che bene.

Sei così bella Christine,
sei un morbido prato sotto l’arcobaleno
su cui danzano il sole e le piogge,
l’aurora e i tramonti.
Sei così dolce Christine
sei l’aria, sei il cielo,
sei profumo di zagare e gelsomini
Sei…
Mi chiedi cosa sei per me, Tu che dall’altra parte delle Alpi inciampi nei miei più reconditi pensieri?
È facile, Christine.
Un tuffo nel mare, questo sei per me;
onda improvvisa, sapore di salsedine.
Odore di vento, riflessi di cielo,
una spiaggia deserta, questo sei per me.

Intorno alle due del pomeriggio tornò Michela. “Salve poeta” mi apostrofò. “Come si procede?” Era allegra, si vede che Pierre l’aveva trattata bene. “Come è andata la lezione di tennis?” Capì subito l’origine del mio sorrisetto malizioso e mi tirò dietro un cuscino. “Finiscila, scemo, so a cosa stavi pensando”. Le feci leggere quanto ero riuscito a buttare giù in quelle ore. Divorò tutte le pagine senza battere ciglio e alla fine disse “Si può migliorare molto, ma siamo sulla buona strada”. Ce l’avevo fatta!

Passammo l’intero pomeriggio a lavorare, discutendo sul contenuto delle lettere di Jacques, sui riferimenti, sulle citazioni, buttando giù versi. Michela mi aveva preparato un file con tutta una serie di citazioni da spargere nelle lettere. “Queste le devi mettere dentro alle lettere” “Ma te le hanno dato loro?” “Loro chi?” “Quelli che lavorano con il ministro” “No, figurati le ho preparate io nei giorni scorsi” “Ma tu hai davvero letto tutti questi libri?” “Caro Alex, leggere e valutare i libri fa parte del mio mestiere. In questo caso però si tratta di classici, non conta il mio misero parere. Comunque molti li ho letti, lo sai, amo i libri. Per gli altri ho fatto qualche ricerca su Internet. Però stai attento, i libri bisogna leggerli dall’inizio alla fine. Non conta una bella frase a effetto, non conta neppure essere degli scrittori tecnicamente perfetti. C’è una sola cosa che conta: l’emozione che quel libro riesce a darti. Se quando hai finito di leggere un libro non ti sei emozionato allora hai buttato via il tuo tempo, magari l’autore sarà pure universalmente acclamato ma a te non ha trasmesso niente. Ed è un vero peccato. Capita anche con gli autori bravi, Alex, figurati con i ghostwriter…” “Scema che sei, e io che pensavo che stessi facendo un discorso serio!” “Ma era un discorso serio!”

Smettemmo alle otto: “È ora di cena, stasera si mangia francese!” Peccato, speravo di tornare al giapponese “C’est magnifique” risposi con il mio francese precario. “Uhm, stai facendo progressi, che ne dici se d’ora in poi parlassimo francese?” Che starei zitto tutta la sera. “Meglio di no, dai!”

Andammo in taxi in un ristorante francese. Sull’insegna era scritto coquillage. Una volta entrato mi bastò dare un’occhiata ai piatti degli altri ospiti per capire che si trattava di frutti di mare. Michela ordinò per tutti e due senza nemmeno dare un’occhiata al menu. Ci portarono un vassoio enorme con una base di ghiaccio e sopra una montagna di ostriche e altri molluschi. Che dire? Venire a Parigi per lavoro e andare a cena con Michela ha indubbiamente suoi lati positivi… “Allora Alex, immagina che noi invece di essere un’agente e il suo scrittore, fossimo una coppia, ma non una coppia già formata, diciamo due che escono per la prima volta. Che cosa faresti, oltre a pagare il conto, per conquistarmi. Che cosa mi diresti?” Che sei uno schianto. “Michela, non lo so, mi imbarazza.” “Alex, sei o non sei uno scrittore di lettere d’amore, non riesci a inventarti niente per corteggiare una donna? Oppure sai parlare solo di templari o dei pirati del sud?” Questa l’ho già sentita, vi siete messe d’accordo, eh, dite la verità. Ci pensai un attimo. “Michelle, ma belle…” canticchiai. “Alex, sei una frana con le donne, fammelo dire!” rispose sorridendo, ma non aveva tutti i torti. Mangiammo tutta la montagna di ostriche, bevemmo del buon vino e parlammo delle poesie d’amore giocando poi a recitare a memoria dei frammenti che avevamo letto nel pomeriggio. Tornammo a casa a piedi. Il ristorante non era lontano dal suo appartamento ma sono sicuro che al ritorno ci perdemmo almeno un paio di volte. Entrati in casa ci salutammo. La baciai sulla guancia e la vidi entrare nella sua stanza.

Entrai nella mia camera, mi girava un po’ la testa, doveva essere stato il calice di vino che aveva accompagnato le ostriche; andai in bagno e mi lavai la faccia con l’acqua fredda; mi guardai allo specchio: trovai un volto sereno, finalmente, era stata una piacevole serata, Michela era davvero una donna fuori dal comune. Feci per andare a letto e lei era lì nella mia stanza, bellissima come non l’avevo mai vista, sembrava un sogno, una Dea, coperta solo dalla camicetta che le arrivava appena sotto i fianchi.

Ci abbracciamo senza dire una parola; le scostai i morbidi capelli dal viso, sorrideva, per un attimo infinito ammirai incantato i suoi occhi straordinari e luminosi, quegli occhi che avevano rubato al cielo tutta la bellezza, e sentii il suo respiro, profumo delicato di mele selvatiche; infine le sue labbra si incollarono alle mie in un lungo, interminabile bacio. Frugai la sua bocca sensuale carico di desiderio e rimasi così, con le mani quasi incapaci di sganciare via i bottoni. Mi tolsi i pantaloni, rotolammo sul letto e continuai a baciarle il viso e il collo. Lentamente scesi giù fino al suo seno, le sue mammelle erano grappoli d’uva matura carichi di mosto fruttato; la sua pelle seta damascata, il suo ventre piatto una distesa di girasoli. Continuai ad accarezzarla e ad assaporarla scendendo senza fretta tra le sue gambe; la mia bocca premurosa trovò un varco nella sua intimità, scoprendola calda, accogliente, sapore di mare. Trasalii. Le mie dita cominciarono lievi ad esplorare i suoi sentieri del piacere e la mia bocca continuò insaziabile a baciare la sua fragranza. Un dolce fremito la scosse. Tornai su e appoggiai delicatamente la mia bocca sul suo viso disteso. Michela si alzò e si mise in fondo al letto, ricambiandomi con le sue dolcissime labbra. Capii subito che non avrei potuto durare molto se avesse continuato così, allora la richiamai su di me e finalmente unimmo i nostri corpi danzanti, ebbri di piacere ma ancora assetati. Non eravamo più Alex e Michela, in quell’istante eterno noi eravamo musica e armonia, fuoco e calore, vento e tempesta.

Soltanto le nostre ombre rimasero su quel letto, noi volammo insieme in alto, lontano da quella stanza, in una notte di stelle senza tempo fino a ché i nostri odori e i nostri piaceri si confusero. Non ricordo altro.

Il sonno trovò i nostri corpi ancora abbracciati dolcemente.

Quando mi svegliai ero solo nel mio letto; per un attimo mi chiesi se avevo solo sognato o se invece ricordavo bene il miracolo della sera prima. No, non era stato un sogno, o meglio, sì, Michela era davvero bella come un sogno. Rimasi nel letto, sveglio, e dopo qualche minuto rientrò vestita solo dell’accappatoio. Cosa si dice al mattino dopo quello che era successo? Ero senza parole. Ci pensò Michela a rompere il ghiaccio. “Bada di lavorare bene stamattina, io, come al solito ho il corso di russo e poi lezione di tennis. Ci vediamo dopo pranzo. Do svidaniya!” Si avvicinò al letto, mi dette un rapidissimo bacio sulle labbra e scappò via, senza darmi il tempo di rispondere. E poi, cosa avrei potuto rispondere? Mi preparai un caffè e cominciai a scrivere impetuosamente. Chiesi a Emily una baguette per non perdere tempo.

Mia adorata Christine, la tua anima è un paesaggio squisito e se potessi costruirei una enorme casa con pareti di cielo per darle riposo; poi, dopo averla costruita, riempirei questa casa con tutti i tuoi sogni grandi e piccoli. Perché non adoro di te soltanto la tua pelle profumata o la tua bellezza pari alla volta notturna, ma ogni tuo singolo pensiero, ogni tuo respiro, ogni tuo sogno. Senza di te ormai non posso niente, non sono niente. Solo il tuo Amore, seppur lontano, mi dà vigore.

Mentre scrivevo mi sentivo un po’ ridicolo, io non avrei mai scritto simili lettere d’amore (a dire il vero non le avevo mai scritte). Certo, l’aveva già scritto un altro poeta, Fernando Pessoa, che non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole, ma la cosa non mi consolava. Non sapevo se andare fiero o no di quello stile così romantico…

Mia adorata Christine, mi tornano in mente le parole di un poeta a noi caro: noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi che talvolta certo guarderanno male la nostra gioia, fieri e sempre indulgenti, non è vero? Nell’amore isolati come in un bosco nero, i nostri cuori insieme, saranno due usignoli che cantan nella sera. Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile, non ha molta importanza. Sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Quest’ultima lettera era stata facile da scrivere: volevano le citazioni, eccoli accontentati, al limite avrebbero accusato di plagio il ministro!

Mia adorata Christine, in queste sere d’estate sono andato per i sentieri, pizzicato dal grano, pestando i fili d’erba; ho sentito, sognante, il fresco sotto i piedi. Non dirò più parole, non farò più pensieri che non siano per te, che non siano l’amore infinito che mi sale nel petto.

Michela tornò dopo pranzo, mi baciò sulla fronte e disse: “Non ti fare illusione, poeta, abbiamo da lavorare, non siamo in vacanza.” È un vero peccato, credimi. “Certo, ho lavorato ininterrottamente per tutta la mattina. Hai molto da leggere…” Michela lesse tutto quelle che avevo scritto, mi dette qualche suggerimento e mi aiutò a scrivere le risposte di Christine. Fummo interrotti a metà pomeriggio da una telefonata di Jean Paul. Non parlo bene il francese e non capii esattamente l’inizio della loro conversazione. Ma gli insulti francesi che Michela urlò al cellulare non avevano affatto bisogno di traduzione. Riattaccò. Come al solito non sapevo cosa dire e come al solito ci pensò lei a mettere fine al mio imbarazzo: “Basta lavoro, ci meritiamo un mezzo pomeriggio di relax.” “Non per contraddirti, Michela, ma sono le ultime ore, visto che domattina riparto.” “Appunto, godiamocele, chi se ne importa del libro!” Appunto, chi se ne importa. “Andiamo” risposi felice. Prendemmo la metropolitana, scendendo alla fermata di Anverse, e salimmo a piedi sulla collina di Montmartre fino alla basilica del Sacro Cuore. Ci divertimmo a scattare decine e decine di foto come turisti qualsiasi e poi ci facemmo fare un ritratto da un novello Degas. Cenammo per strada con delle gustosissime crêpe ripiene di pomodori, uova e chorizo. Di nuovo in metrò, fino a Notre Dame. C’erano dei ragazzini che compivano acrobazie con gli skate. Iniziò a piovere, una pioggia lieve mentre correvamo lunga la Senna come due pazzi. La raggiunsi e la strinsi a me. Cosa c’è di più bello al mondo del momento in cui si guarda una donna prima di baciarla? Michela mi sorrideva serena, rapita, grondante. La baciai avidamente. L’indomani sarei tornato in Italia, ma questo non importava, come non ci importava del nostro stupido libro, come non ci importava del mondo. Eravamo io e lei, noi due e la magia di quella storia, tutto il resto l’avevamo scordato. Prendemmo un taxi che ci riportò a casa completamente ubriachi di pioggia e di desiderio e facemmo l’amore rapiti dalla nostra incontenibile passione.

Avevo programmato la sveglia al cellulare. Mi svegliai quando suonò. Michela era sempre nel mio letto, potevo ammirare la sua schiena nuda, bellissima, intravedere le sue curve appena coperte da un lenzuolo. Le baciai lievemente una spalla, si mosse leggermente ma non si svegliò. Mi preparai cercando di non fare rumore e uscii dall’appartamento chiedendomi cosa tornavo a fare in Italia dopo quello che era successo negli ultimi due giorni. Non so neppure come riuscii a raggiungere l’aeroporto e a imbarcarmi sul volo corretto. Avevo un gran turbinio di pensieri in testa. Era come quando non riesci a mettere a fuoco le immagini, mi sembrava di non capirci niente. Sentivo solo una nuova ispirazione dentro di me e una gran voglia di scrivere. Dopo molto tempo quel fuoco, quella passione per riempire le pagine bianche si era riaccesa. Ed io fortunatamente avevo da scrivere molte lettere d’amore… Arrivai a casa nel pomeriggio, chiamai Annalisa per sentire di Martina, mi rispose che erano appena arrivati in Sicilia per una settimana di vacanze. Avrei rivisto mia figlia al loro ritorno. Accesi il pc e in mezzo al solito spam trovai una mail di Michela. Allora, birbante, non hai niente da dirmi? Le risposi: vedrai quante lettere e poesie d’amore di Jacques ti arriveranno. Non accennammo più in maniera esplicita a quello che era successo. Per telefono mi disse soltanto che stava preparando il trasloco a Poissy e che mi avrebbe invitato a vedere la sua nuova casa. Come prospettiva mi pareva decisamente interessante.

I giorni seguenti lavorai moltissime ore al giorno, scrivevo, scrivevo come un forsennato, quasi senza uscire di casa. Io non pensavo a Jacques o a Christine, io pensavo a Michela, ero rapito da quella donna straordinaria e bellissima. La conoscevo da molti anni, è vero, ma fino ad allora l’avevo vista soltanto come la mia agente, come donna l’avevo sempre considerata irraggiungibile. Mi ero innamorato? Di sicuro non pensavo che a lei, scrivevo lettere d’amore con il suo nome e solo alla fine lo sostituivo con Christine. Attendevo con ansia la sua risposta. Era lei a comporre o a rifinire le lettere che Christine inviava a Jacques. Tremavo quando leggevo ti amo in fondo a queste lettere.

Mia adorata Christine, ricordo quando eravamo soli, tu e io, camminando sognanti, al vento i capelli e i pensieri.

A un tratto, volgendo a me lo sguardo commovente mi chiedesti con voce d’oro vivo, dolce e sonora, dal fresco timbro angelico: “Qual è stato il giorno più bello della tua vita?”. Un sorriso discreto fu la mia risposta, e ti baciai devoto le labbra.

Mia adorata Christine, sono passati molti mesi dall’ultima volta in cui ci siamo visti ma ricordo tutto come fosse ieri. Eravamo io e te, sul terrazzo di casa tua, a contemplare il tuo giardino meraviglioso di rose. Io in realtà contemplavo la tua bellezza. Non te l’ho mai scritto, ma tornando a casa ho pensato che se Dio aveva creato tali meraviglie, allora doveva essere davvero un gran pittore.

Michela mi aveva accennato che non sarebbe stato male inserire anche delle poesie scritte in metrica, ma effettivamente si rendeva conto che non avevo mai provato a scriverle e tutto sommato se ne poteva fare a meno. Volli lo stesso tentare. Jacques avrebbe scritto poesie in italiano, con testo accanto in francese. Ce la dovevo fare. All’inizio il conteggio delle sillabe non tornava mai e per far tornare le rime forzavo le frasi. Poi, dopo molti tentativi vani, riuscii a comporre i primi endecasillabi che mi sembravano gradevoli.

Ti scriverò due rime, poca cosa.
Non è un segreto quello che ti svelo:
lo sai, il tuo nome è scritto nel mio cuore.
Le tue labbra son petali di rosa,
la tua pelle ha l’odor d’aranci in fiore,
i tuoi occhi son angoli di cielo.

Ero soddisfatto. Inviai subito questi versi a Michela.

Mi rispose subito: Che belli questi versi, Jacques, sono lusingata, ti amo. Avesse scritto Alex invece di Jacques… Ormai ci avevo preso gusto…

Sei nata, dicono, nel mare greco
non lontano da isole di sole
(ondeggia nei tuoi occhi ancora l’eco).
La mia penna non riesce e me ne duole
a render i tuoi occhi, il tuo sorriso,
quanto sei dolce quando canti o ridi.
L’ammetto che di te rimasi intriso
fin dalla prima volta che ti  vidi
(vorrei soltanto un bacio, una carezza).
Per questo tu sei musica e parole
sei l’acqua e il fuoco, sei nei miei respiri;
sei un sogno, sei la luce, la bellezza,
tu sei in tutte le rime che poi scrivo.
Sei il mio Amore, lo sai: per te io vivo.

Ad un certo punto Michela addirittura mi chiese di smettere di scrivere poesie, non tutti i lettori e le lettrici le amano, meglio limitarle. L’esperta era lei…

Dopo una settimana il romanzo epistolare era finito. Jacques poteva tornare tra le braccia della sua Christine mentre io speravo di essere invitato a Poissy il prima possibile. Inviai per mail il file completo a Michela, scrivendo semplicemente Michela ti amo nel corpo del messaggio. Non rispose. Provai più volte a chiamarla ma il suo cellulare era stranamente spento. Cominciai a preoccuparmi seriamente.

Dopo un paio di giorni finalmente mi arrivò una sua risposta.

Caro Alex, ci sono molte novità, alcune ti faranno piacere, altre meno. Ma ti devo dire tutto per onestà. Il ministro è stato coinvolto in uno sporco affare di tangenti, come vedi queste cose non accadono solo in Italia: è una notizia riservata, per ora tientela per te, ma tra qualche giorno sarà su tutti i giornali. La sua carriera politica è finita quasi sicuramente. Sono stata contattata dalla sua segretaria, pagheranno una penale ma del libro in questo frangente non se ne fa niente. Ho parlato a lungo con Jean Paul di questo progetto e l’ho convinto della bontà del tuo lavoro. Verrai pubblicato da una casa editrice minore, con il tuo nome, per la prima volta. Prima in Francia e poi in Italia. Se le cose andranno bene, e io sono convinta che avverrà, il tuo romanzo sarà tradotto anche in spagnolo per tutto il mercato sudamericano.

Sarai contattato a breve da un tizio della casa editrice per tutti i dettagli economici. La tiratura iniziale non sarà elevata, non ci sono grossi budget a disposizione per le opere prime, ma faremo in modo da farti vincere qualche premio letterario prestigioso. Dopodiché sarai uno scrittore vero e non più uno sconosciuto ghostwriter.

A proposito di Jean Paul, ci siamo rimessi insieme, ho pensato tanto a te e a lui dopo quello che è successo tra noi e mi sono convinta che voglio stare con lui. Quello che c’è stato tra me e te non è una semplice avventura, credimi, forse è solo uno dei mille modi in cui si declina l’amore. E poi è inutile affibbiare un’etichetta a quello che c’è stato. Ma non ti fare illusioni, tra noi due è finita per sempre. Per ovvi motivi è bene perdersi di vista per un bel po’ di tempo. Sei uno scrittore da oggi in poi, avrai una casa editrice e non avrai più bisogno della tua agente per procurarti lavori da ghostwriter. Ti prego di non cercarmi al telefono e di non scrivermi, sarebbe inutile e ti faresti solo del male. Hai tutta la mia stima e la mia riconoscenza, prima di tutto come uomo e poi come scrittore. Ti voglio bene, Alex, credimi. Tienimi tra i tuoi ricordi più belli.

Rilessi due volte la mail di Michela. Che illuso che ero stato. Dovevo aspettarmelo. Piansi disperatamente.

Sono passate quattro settimane da quel giorno. In questo mese ho capito che non ha senso fare i conti solo con il passato. Casomai devo fare i conti con il presente e con il futuro, con la vita che da oggi deciderò di condurre. L’amore si declina in molti modi, mi aveva scritto Michela, ed io tra breve sarò per tutti uno scrittore di lettere d’amore, ma rimarrò sempre uno che dell’amore non ha capito niente se non che ne ha un bisogno disperato. Ho letto da qualche parte una frase che dice “Non dire mai che i sogni sono inutili perché inutile è la vita di chi non sa sognare”. Sono convinto che sia vera; credo fermamente che la mia vita non sia inutile perché io di sogni ne ho molti ed uno in particolare. Lo posso dire? Ho voglia di innamorarmi: sì, ne ho voglia. E non è come avere voglia delle fragole o di un bel gelato, non è un semplice capriccio. Voglio innamorarmi di una donna, voglio addormentarmi abbracciato a lei. Voglio una donna che si fidi di me come io mi fido di lei, che mi aspetti la sera con impazienza grande quanto il mio desidero di tornare a casa; voglio una donna che adori passare i suoi giorni con me quanto io i miei giorni con lei, una persona che mi sia più cara di me stesso. Abbiamo libri e poesie da leggere insieme, canzoni da cantare a squarciagola, film da guardare e riguardare. Città e paesi lontani ci aspettano. Voglio stare con lei nelle stagioni delle vita e ammirare insieme il sole e la pioggia, il cielo ed il mare.

Questo è il mio sogno. Chiedo troppo?

Ti amo, Christine. È tutto quel che so.
Jacques

18 risposte a “Lo scrittore di lettere d’amore”

  1. bello!

  2. simona ha detto:

    avevi ragione, questo e’ il migliore ! vorrei scriverti molto, ma mi astengo , dico semplicemente bello !

  3. Giorgia ha detto:

    complimenti… molto emozionante e profondo. la lettera iniziale è splendida, e tutta la storia lo è.

  4. …Bello Bello Bello ! Il titolo , non so per qual motivo, mi ha indotto a leggerlo per ultimo … ho fatto bene, questo è il dolce trionfale che conclude un pasto prelibato .

  5. Molto ben scritto, come gli altri, del resto ! Certo che un bel lieto fine potresti anche scriverlo… Mi fai piangere tutte le volte ! E bravo scrittore di lettere d’ amore, mi piacciono da morire ! D’ altronde ” Solo chi non ha mai scritto lettere d’ amore fa veramente ridere ” , no?

  6. marina ha detto:

    Il libro è molto bello, l’inizio è magnifico. All’interno ci sono delle cose un pò scontate ma forse è perchè parla d’amore e l’amore…quello romantico è un pò scontato. E’ rischioso sentire troppe canzoni d’amore o pensarci troppo perchè il mondo di oggi non lo conosce nè capisce. La cosa sicura e salda x uno scrittore sono la sua sedia, i suoi fogli, la magnifica serenità della sua introspezione. Solo nel suo scritto può lanciare un sentimento verso il mondo per cercare cuori aperti e generosi che lo condividano (e per non restare distrutto se invece sbatte contro un muro) funziona un pò come una preghiera lanciata e accolta dal cuore di Dio. Continua, non so se ti arriveranno gloria e soldi ma so che potrai arricchire le nostre vite. Sii più te stesso e donaci parte di te e non solo parte di quello che pensi che ci aspettiamo e che ci potrebbe piacere. Un abbraccio. Mart

  7. valentina crisci ha detto:

    bello! sei bravo e scrivi molto bene. stile sciolto e lineare. mi piacerebbe sapere qualcosa di più della tua formazione e della tua esperienza di scrittore. insomma: cosa fai nella vita? sei scrittore di mestiere oppure, come me, scrivi per non … annegare?
    buone cose.
    Valentina.

    • Andrea ha detto:

      Nella vita faccio l’ingegnere, abbandono i panni di ghostwriter ma non quelli di sognatore romantico… La mia formazione? Ho studiato in un liceo scientifico ma ho avuto delle professoresse di lettere che hanno inciso drasticamente sulla mia passione per la poesia. Prima di scrivere “Le lettere d’amore (al tempo delle chat)” non avevo nessuna esperienza come scrittore. Diciamo che mi nutro a libri e musica… Ah, dimenticavo, pure io scrivo per non annegare…

  8. Elsa ha detto:

    E’ davvero molto bello e mi ha emozionato molto. Credevo che alla fine ci sarebbe stato un lieto fine ma in fondo è bello anche per questo. Dopotutto non si sa mai cosa ci si possa aspettare dall’amore…

  9. claudia ha detto:

    Mentre lo leggi senti la musica. Molto scorrevole e romantico, davvero bello. Complimenti!

  10. Laura ha detto:

    Come dici tu “Se quando hai finito di leggere un libro non ti sei emozionato allora hai buttato via il tuo tempo” …. letto tutto d’un fiato e non ho buttato via un secondo del mio tempo. Molto bello, adesso andrò a leggere tutto il resto che hai scritto.

  11. Antonio Casarini ha detto:

    Ho letto con scetticismo, e piano,piano ho condiviso la trama e le situazioni, mi sono lasciato trascinare nel percorso, alla fine debbo dirti, bravo.
    Saluti, e auguri.

  12. deliamaria ha detto:

    Veramente bello ed emozionante!..Grazie..

  13. anna maria ha detto:

    Davvero bello, complimenti!

  14. Pietro ha detto:

    bello! denota una grande esperienza di vita.l’ho letto tutto d’un fiato,complimenti

  15. giovanna ha detto:

    Mi è piaciuto. Scorrevole e senza troppi fronzoli che , aparer mio, appeantiscono il discorso. Bravo

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