La via della giada

Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Ogni caso – Wislawa Szymborska

Il traffico sulla strada per Fiumicino era ancora più congestionato del solito e rischiai seriamente di perdere il mio volo. Il check-in, il controllo di sicurezza, il controllo passaporti, il percorso in mezzo a mille negozi e ristoranti, il trenino-navetta per arrivare al terminal G: già stanco prima di partire riuscii comunque a salire sull’areo: volo CX292 delle 12.20, destinazione Hong Kong. In quel tempo stavo scrivendo il mio primo romanzo con protagonista il capitano Fermi, a capo di un’indagine internazionale volta a contrastare il riciclaggio di denaro sporco, una investigazione ricca di colpi di scena e ambientata principalmente a Roma, Londra e Hong Kong. Il titolo preliminare del romanzo, in attesa dell’ok definitivo dell’editore era “la via della giada”. Mi ero convinto ad andare di persona in estremo oriente, con l’idea di rendere verosimile la narrazione di quei luoghi che conoscevo soltanto attraverso Internet. E in fondo, quando ti ricapita un’occasione per visitare la remota Hong Kong?

Salii di corsa in areo e un paio di hostess mi indicarono molto gentilmente dove trovare il mio seggiolino. Così a prima vista non mi sembrò di vedere nessun altro posto libero. Accanto a me c’era una donna graziosa e ben vestita, non mi degnò nemmeno di uno sguardo, era attaccata al suo cellulare e scambiava le ultime parole prima della partenza in uno spagnolo rapido e decisamente incomprensibile. I viaggi intercontinentali sono davvero faticosi. Il tempo sembra non passare mai, le uniche distrazioni sono costituite dalla possibilità di guardare i film sul televisorino piantato nel poggiatesta del seggiolino davanti. Dormire non se ne parla, magari i meno ansiosi riescono a schiacciare un pisolino di un paio d’ore dopo il pranzo plastificato. La mia vicina non sembrava in vena di conversazione, si rivolgeva alle hostess con un inglese impeccabile e passò la maggior parte del tempo a guardare film con Penelope Cruz. Dopo cinque, sei ore di volo cominciai veramente a non poterne più, peccato che stessimo sorvolando il Mar Caspio e non fossimo nemmeno a metà del viaggio. Io mi chiedo, ma come diavolo fece Marco Polo ad attraversare mezzo mondo e raggiungere il lontano Catai? Mah. Chiesi una mascherina per gli occhi, un paio di tappi per le orecchie, mi coprii con una coperta: niente, non riuscii a prender sonno. Soltanto intorno alle dieci di sera, vinto dalla stanchezza iniziai ad addormentarmi, giusto in tempo perché le hostess ci portassero la colazione: eh già, a causa della differenza di fuso orario, in Cina erano già le cinque del mattino ed entro un paio d’ore saremmo atterrati. Dai finestrini iniziò a filtrare la luce e dopo tredici ore di volo l’aereo toccò terra nell’aeroporto Chek Lap Kok, uno dei più belli e moderni al mondo. Scesi dall’areo, ci aspettavano le procedure di immigrazione ed il recupero bagagli. Un bel timbro sul passaporto e via, welcome to Hong Kong. Dall’aeroporto si arriva in città tramite una linea di metropolitana super veloce, in una mezz’oretta si arriva alla stazione centrale. E’ lì che, finalmente fuori da un ambiente con aria condizionata, si respira l’aria d’oriente. Com’è? Direte voi. Umida, umida, umida. Calda e umida. Non dormivo da quasi ventiquattro ore e ritrovarmi nella fila per il taxi sotto una cappa d’aria calda era davvero troppo. Ero stremato. Non mi ero neppure accorto che la mia vicina di volo, la tizia spagnola, era dopo di me in coda per il taxi. Finalmente arrivò il mio turno. “Park Lane Hotel” provai a dire con il mio migliore accento anglosassone, paa(r)k lein hotel. Il tassista non capiva, ripetevo lentamente le parole, invano. Ho volato per mezzo mondo, sono stanco morto e questo non capisce niente, che faccio, ora? Mi salvò la tizia spagnola, paleinotel casueibei, pronunciò da dietro con voce sicura. Il tassista, nonostante una enigmatica mimica cinese, mostrò un segno di assenso. “Vado anch’io nello stesso albergo” aggiunse la tizia, mentre saliva speditamente sul mio stesso taxi. “Così dividiamo il conto, anche se da queste parti i taxi sono molto economici”. “Non sapevo che lei parlasse italiano” risposi meravigliato. “Parlo molte lingue e poi sono stata sposata per diversi anni con un italiano. Mi chiamo Manuela”. “Encantado de conocerla, mi chiamo Alex, mi barcameno con l’italiano e balbetto un po’ di inglese..”. Sorrise, scoprii che aveva un bel sorriso… “Alex? Mi piace, è come quello del protagonista di Arancia Meccanica: tu non mi sembri il tipo, però, hai proprio la faccia da bravo ragazzo…” Oh, mi riconoscono subito anche ad Hong Kong, pensai… Il traffico era bloccato anche da quelle parti (e poi ci si lamenta qua in Italia…) e curiosamente quelle erano le nostre prime parole dopo essere stati accanto per tutto il volo. Manuela mi raccontò di essere ad Hong Kong per una fiera di gioielli e pietre preziose; ci veniva tre, quattro volte l’anno; mi avrebbe fatto volentieri da guida ma era molto impegnata con la fiera, al limite potevamo cenare insieme una sera. Risposi che accettavo volentieri (regola numero uno: non si rifiuta mai l’invito di una donna carina) e finalmente arrivammo all’albergo e sbrigammo le pratiche di check-in. Camera al ventiquattresimo piano, che roba! Lei mi aveva detto che si sarebbe fatta una doccia e sarebbe corsa subito al palazzo delle fiere. Io invece entrai nella mia stanza, mi buttai sul letto e mi addormentai di sasso.
Mi svegliai dopo molte ore, il mio cellulare segnava le 3 di pomeriggio, ora locale. Uscii dall’albergo e mi avventurai alla scoperta di una città che scoprii presto essere straordinaria. Hong Kong è l’incrocio tra oriente e occidente. Avevo letto prima di partire che la maggior parte dei sette milioni di abitanti sono cinesi ma si trova di tutto, gente dalla Malaysia, dalle Filippine, dal Vietnam e così via. Gli occidentali sono pochi. Però si nota comunque l’impronta culturale britannica, non solo perché sulle strade si viaggia a sinistra. Basta vedere come tutti si mettono in fila per aspettare l’autobus. Non c’è una carta per terra, né una scritta sui muri. La maggior parte dei luoghi, compresi i parchi pubblici e le aree pedonali, è vietata al fumo e nessuno sgarra. I bagni pubblici nei centri commerciali o nei ristoranti sono pulitissimi. Poi ci sono gli aspetti folkloristici: sulle strade principali c’è sempre qualcuno che prova a venderti un Rolex falso o ti propone un bel massaggio ai piedi (ehm…) ma la cosa più bella sono i quartieri popolari. Sembra di trovarsi in un formicaio, le strade sono letteralmente vive, brulicano di persone che si muovono in taxi o a piedi (per inciso, non usano né bici né motorini e le auto private sono abbastanza rare, causa l’abnorme costo del posto auto). Per gli appassionati dello shopping ci sono centri commerciali enormi e bellissimi, con temperature gelide rispetto all’afa che c’è fuori. Io preferisco comunque uscire… C’è la zona dei negozi d’arte, quella del mercato della giada, quella dell’elettronica. Ci sono i mercati notturni dove si vende di tutto, trovi un kimono accanto alla maglia di Cristiano Ronaldo, falsi iPhone e strani medicamenti orientali; e in mezzo a suoni e armonie cinesi, capita di sentire le note immortali di Penny Lane. Da buon italiano, ero arrivato con molti pregiudizi. M’immaginavo che il cibo fosse immangiabile e le prime sensazioni lo avevano confermato anche se non trovai traccia dei fritti che olezzano nelle nostre Chinatown. Imparai presto che a pranzo e a cena si beve rigorosamente tè verde bollente (l’alternativa è l’acqua calda…); provai anche la loro birra senza rimanerne impressionato (si trovano anche le birre occidentali ma non mi faccio dieci mila chilometri per bermi una Staropramen). Scoprii che i dim sum sono davvero gustosi e che i dessert serviti nelle bettole (in cui le prime volte entrai con molta diffidenza) sono davvero buoni. Non imparerò mai a servirmi dignitosamente delle loro bacchettine e va a finire che tutte le volte mi faccio dare le posate, ma non mi dispiace la loro usanza di mangiare tutti le stesse portate, servendosi liberamente dai vassoi che sono posti al centro dei tavolini, rigorosamente rotondi (peccato che io fossi sempre solo nelle mie esplorazioni!). I loro volti mi sembravano tutti imperscrutabili e più di una volta pensai che qualcuno mi stesse seguendo, ero sicuro di averlo già visto; ma doveva essere un errore, chi poteva mai inseguire il vostro ghostwriter nella lontana Hong Kong?

La sera del terzo giorno, quando rientrai in albergo, trovai un biglietto sul comodino. Era un messaggio che mi aveva mandato Manuela, mi aveva scritto il suo numero di cellulare e mi diceva che il giorno dopo sarebbe stata libera da impegni di lavoro e che se mi andava poteva accompagnarmi a vedere la grande statua di Buddha. Le telefonai e accettai l’invito. Quella sera mangiai in un ristorante giapponese vicino all’albergo. Non c’era molta gente ma avrei giurato di aver già visto un paio di clienti che erano arrivati subito dopo di me.

L’indomani pranzai con Manuela, poi prendemmo la metro ed arrivammo a Tung Chung, dove si prende la funivia (avete letto bene: la funivia!) per arrivare al grande Buddha, situato presso il Monastero di Po Lin. Credetemi, non siamo sul Monte Bianco, per carità, ma il panorama che si gode da quella funivia sull’isola di Lantau è veramente spettacolare. Il mare del sud, le barche dei pescatori, le foreste tropicali, le rocce. Conoscevo appena Manuela eppure c’era qualcosa in lei che mi turbava. Mi sembrava preoccupata, ansiosa, si guardava sempre alle spalle come se temesse qualcosa o qualcuno. E’ vero, non mi conosceva ma era stata lei stessa ad invitarmi, lei stessa aveva detto che avevo la faccia da bravo ragazzo, era lei che mi faceva gli occhi dolci… La statua di Buddha è veramente impressionate. Per arrivarci occorre arrampicarsi su per una rampa di scale; la cosa non sarebbe grave di per sé, se non fosse per l’afa soffocante che non dà tregua. Mi vergognavo comunque a mostrare le mie difficoltà a Manuela e salii senza lamentarmi troppo. Sarà stata l’afa, la fatica, non lo so, ma in un angolo sulla terrazza della statua, a fare delle fotografie come due normali turisti mi parve di riconoscere nuovamente delle facce conosciute, gli stessi della sera prima al ristorante giapponese? Ma no, non poteva essere… mi sbagliavo… Di ritorno dal grande Buddha, ci godemmo lo spettacolo delle otto di sera, la cosiddetta Symphony of Lights. Tutti i grattacieli sulla baia sono illuminati da luci che si accendono, sfumano, si muovono, danzano a ritmo di musica. Un po’ pacchiana come cosa, ma senz’altro ad effetto. Fu alla fine di quel concerto che i suoi occhi profondi, scuri e belli si aggrapparono ai miei, stupiti, e ci baciammo, finalmente. Non ricordo molto della cena (a parte il nome del ristorante, il giardino di Giada; Manuela l’aveva scelto in onore del mio romanzo). Né mi ricordo se tornammo in albergo con un taxi o con il ferry. Ricordo soltanto che Manuela entrò con me nella mia stanza, non accesi la luce e le nostre bocche si incollarono l’una all’altra. Ci baciammo in piedi, a lungo, senza fretta, riuscendo ad abbracciarci e al tempo stesso a togliersi di dosso quei pochi indumenti che avevamo. Poi precipitammo sul letto e assaporai tutta la sua pelle di seta, il suo odore di primavera, la sensualità delle sue mani, il suo sapore di fragola, la forza delle sue braccia, la passione delle sue gambe, la tempesta del suo fuoco. Mi nutrii dei suoi baci, respirai il suo respiro, nuotai nelle sue onde, volai sulla sua anima.

Il risveglio non fu altrettanto romantico. Si accesero le luci, urlavano, erano in cinque o sei, armati. Ci fecero vestire e ci trascinarono via. Era la polizia, ci avevano arrestato. Non mi trattarono male, non fui picchiato né torturato. Ma erano maledettamente convinti che facessi parte di una organizzazione criminale specializzata nel traffico illegale di diamanti e pietre preziose. Era tutto un equivoco, provavo a spiegare, io non c’entravo e nemmeno Manuela. Manuela. Che ne sapevo io di Manuela? Allora capii, ero caduto nella rete di quella donna. Ero rimasto coinvolto in qualcosa più grande di me. Ma come spiegare alla polizia che non c’entravo niente quando avevo viaggiato accanto a lei sullo stesso aereo, stavo nello stesso albergo e avevamo passato l’intera giornata insieme al grande Buddha? E per finire eravamo andati a letto insieme e gli agenti dell’Interpol avevano ritrovato un sacchetto di diamanti nella cassaforte della mia camera d’albergo. Io provai a spiegare che sicuramente ce li aveva messi Manuela dopo che mi ero addormentato per tentare di sbarazzarsene ma sembrava che tutte le mie spiegazioni fossero troppo banali per essere anche vere. Riuscii a contattare la mia agente, Michela. Jean Paul, il suo compagno, conosce mezzo governo francese e alla fine trovarono il modo di farmi uscire da lì, dopo una settimana. Il capo della polizia in persona mi porse le scuse e mi disse che sarei sempre stato il benvenuto ad Hong Kong. La mia prima e forse ultima avventura in oriente era terminata. Con molte idee per il mio nuovo romanzo. Anche Manuela troverà un ruolo nel mio libro, il suo nome cinese sarà Yù huā, Fiore di Giada. E come lei avrà la pelle di seta, l’odore di primavera e i suoi occhi saranno profondi, scuri e belli.

Annunci

2 risposte a “La via della giada”

  1. Complimenti come sempre Andrea. Povero Alex, trovarsi coinvolto in una situazione del genere! E, come al solito, nemmeno questa volta è riuscito a trovare l’amore della sua vita… Ma io dico che, prima o poi, ce la farà…
    Continua a scrivere, Andrea, sei bravissimo!

  2. per un’intensa notte di passione vissuta fra le dolci fragranze orientali …..
    si può anche accettare una tale disavventura .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...