La luna di Rio

L’anima del filosofo risiede nella sua testa, l’anima del poeta nel suo cuore, l’anima del ballerino pulsa in tutto il suo essere

Kahlil Gibran

Uno degli aspetti più interessanti del mestiere di ghostwriter è senz’altro costituito dai viaggi necessari alla raccolta del materiale. Certo, oggi con Internet è possibile documentarsi senza alzare il sedere ma ogni tanto non mi dispiace effettuare un sopralluogo in carne e ossa. Biglietto di economy e via, si vola!

Rio de Janeiro è la seconda città del Brasile per dimensione ma è senz’altro la più ricca di meraviglie: le grandiose spiagge di Copacabana e Ipanema, il Pan di Zucchero, la statua del Cristo Redentore sul Corcovado: tutti luoghi che rimangono come cartoline negli occhi e nei ricordi. Inutile aggiungere che se si parla di meraviglie non ci si può dimenticare delle ballerine di samba…

Prima di partire per il Brasile avevo fissato di incontrarmi con Marcello, compagno di classe ai tempi del liceo. Grazie a Facebook ci eravamo messi in contatto un paio d’anni fa. Come spesso succede, c’eravamo persi di vista fin dai tempi dell’università, io con le mie insulse fantasie da scrittore, lui abilissimo nelle materie scientifiche. Dopo la laurea in ingegneria aveva iniziato a girare il mondo ed era finito a lavorare per una compagnia petrolifera in Brasile; lì aveva conosciuto sua moglie.

Avevo fissato con Marcello in un locale all’aperto, di fronte alla spiaggia di Copacabana. Sono sicuro che il tassista riuscì ad allungare il percorso ma fu inutile tentare di discuterci. Arrivai all’appuntamento in orario, Marcello non c’era ancora, mi sedetti ad un tavolino, in qualche modo riuscii a spiegare al cameriere che aspettavo compagnia e che avrei ordinato più tardi.

C’era la luna in cielo e c’era la luna riflessa sul mare: sembrava di toccarle entrambe. La luna vista dai tropici è diversa dalla luna vista in Italia: credetemi, sembra un sorriso.

Quando si sedette al mio tavolo quasi non lo riconobbi, la foto sul profilo di Facebook evidentemente era d’annata. “Ciao vecchio mio!” “Ciao Marcello, che bello rivederti!” “Ciao Alex, tutto bene? Ti presento mia moglie, Letícia.” Che carina tua moglie e come è giovane, pensai… Le strinsi la mano: “Obrigado” . “Olá, como vai você?” Mi voltai perplesso verso Marcello. “Ti ha chiesto come stai. Letícia non parla italiano, anche se un po’ lo capisce. Pensa che mi chiama Marcelo, mi fa sentire brasileiro.” “Perfetto” risposi sorridendole. “Io non parlo portoghese anche se un po’ lo capisco”. “Eh già, è un peccato, magari avreste molte cose da raccontarvi, tu sei uno scrittore, lei si sta per laureare in filosofia, anche in Brasile ci sono i filosofi, sai, il mondo cambia velocemente”. Una filosofa, eh? Mi venne in mente d’aver letto da qualche parte che la filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie; la letteratura al contrario sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità. Troppo difficile dirlo in italiano, figuriamoci in portoghese…
Poi, come sempre accade quando ci si ritrova con i vecchi compagni di scuola, il nastro della vita si riavvolge e si ricordano i lontani aneddoti, quella stronza della prof di inglese o quella di italiano, con i suoi voli pindarici. E poi quel professore di fisica, come si chiamava, ah già, Lenzini, non ci capivi niente, vero… (no, non ci capivo niente, è vero, che incubo quelle formule astruse…). E Serena, quella che si era fatta mezza classe, anzi tutta la classe tranne te (non me lo ricordare…). Sì, l’ho rivista, è avvocato, penalista mi sembra, ha due figli. E Riccardo poi, quello che voleva fare il calciatore e ci avrebbe regalato i biglietti per il Milan? No, no, niente calcio, lavora con sua madre in una tabaccheria.
Ordinammo della caipirinha. “Certo che qua in Brasile siete tutti pazzi per la caipirinha, vero Marcelo? Come è preparata, a parte il ghiaccio e il limone verde?” “Alla base c’è la cachaça, un liquore cristallino distillato dalla canna da zucchero. Ti piace?”. “Sì, dico sul serio, basta non esagerare…”
Un’orchestrina aveva iniziato a suonare sulla spiaggia. Coppie di ballerini danzavano divinamente. Mi ricordai che è il movimento della gente e delle cose che ci consola: se le foglie degli alberi non si muovessero, gli alberi sarebbero infinitamente tristi e la loro tristezza sarebbe la nostra.
“Hai mai pensato di tornare in Italia, con tua moglie, ovviamente?” “Sì, Alex, ma qua si sta bene e non penso che riuscirei a portare Letícia alle nostre latitudini. Soffrirebbe tremendamente di saudade. Sai come funziona, no? I brasiliani ne sono affetti quando sono lontano dal proprio paese” “Beh, la nostra casa è dove si sta bene, dove sono i nostri affetti, a questo mondo tutti soffrono ad andarsene, non ti pare, mica solo i brasiliani?” “Sì, hai ragione Alex, capita anche a me, specialmente la sera, guardare questo cielo e pensare a come è diverso il cielo visto dalle nostre colline”. Già, la sera, pensai, l’ora che volge il disio ai naviganti e intenerisce il cuore… deve averlo scritto qualcuno in gamba…
L’orchestra continuava a suonare e la spiaggia era affollata di coppie danzanti. Letícia si rivolse a me: “Você gosta de dançar??” “Sì, mi piace ballare, ho seguito dei corsi di danze caraibiche: salsa, bachata, merengue; non ho mai provato la samba o la rumba… E poi qui c’è tuo marito…” “Não, Marcelo é um dançarino terrível.” Un ballerino terribile, via Marcelo, prendi qualche lezione…
Finii di bere la mia caipirinha. Quasi quasi smetto di fare il ghostwriter e imparo a fare il barman: Alex, the king of cocktails, anzi meglio in brasiliano, o rei dos cocktails, suona bene, che dite?

Letícia mi prese improvvisamente per mano, non me ne ero accorto ma l’orchestra stava suonando una bachata. Finimmo in mezzo alla pista e ballammo come ballassimo insieme da una vita. Sarà stata la musica, la caipirinha, il profumo tropicale di Letícia, il fatto che avevo proprio voglia di scatenarmi; insomma, ballai e mi divertii come non mi succedeva da tempo. Io e Letícia felici in mezzo a quella folla, io e Letícia stretti sulla pista davanti all’oceano infinito; io e Letícia sotto la luna di Rio, la luna che è un dolce sorriso.

9 risposte a “La luna di Rio”

  1. Nadia Milone ha detto:

    E bravo Andrea ! Certo che fai proprio venire voglia di mollare tutto e volare in Brasile…”sotto la luna di Rio, la luna che è un dolce sorriso”, per ballare davanti all’oceano. In fondo sognare non costa nulla ed è sicuramente molto più emozionante della realtà.

  2. …che bella immagine ! mentre leggo , vengo trasportata in un luogo che non ho mai visto se non in fotografia: seduta ad un tavolino all’aperto con il mio drink colorato e fresco in mano ad osservare la gioia dei due giovani che ballano allacciati, sotto una luna che sembra un sorriso.
    Che bello Andrea ! complimenti…l’aria di Rio ti giova.

  3. Beltane ha detto:

    Leticia.

    Alex…
    Era tutta la sera che tentavo di capire perché mai mi fossi fissata su quell’uomo, tutta la sera che cercavo di comprendere in che maniera i meccanismi del mio cervello si fossero improvvisamente bloccati, facendomi mettere in discussione le scelte di tutta una vita.
    Mi agitai a disagio sulla sedia alla ricerca di una posizione più comoda, indispettita dal corso che avevano preso i miei pensieri quella sera.
    Diedi una lunga occhiata a Marcello, mio marito, era ancora un bell’uomo, anche se portava sul volto i segni delle difficoltà che doveva aver attraversato nel corso della sua esistenza.
    Sapevo che aveva già un rapporto andato a male alle spalle e sapevo quanto ne aveva sofferto e quanto era stato innamorato della precedente compagna, la quale lo aveva lasciato per un altro.
    Conoscevo le difficoltà che aveva avuto anche sul lavoro, per la depressione che lo aveva colto dopo il divorzio e quanto avesse faticato per ricostruirsi una vita equilibrata, accettando di trasferirsi all’estero pur di allontanarsi definitivamente dalla sua vecchia vita.
    E forse lo amavo anche per questo.
    Per la sua forza d’animo, per quel carattere battagliero che lo aveva aiutato ad uscire dalle difficoltà, permettendogli di essere l’uomo che avevo sposato.
    Allora perché ero attratta da Alex…?
    Da questo amico improvviso, spuntato dal nulla, che adesso se ne stava seduto lì, a gesticolare ridendo con Marcello mentre ricordavano i tempi andati?
    Avevo visto più volte il suo profilo su Facebook fra gli amici di mio marito e più volte avevo sentito dire a Marcello che gli sarebbe piaciuto rivederlo, rinverdire quell’amicizia che avevano condiviso ai tempi del liceo.
    Le foto che aveva messo on line non esprimevano la reale portata del carattere e dell’energia dell’uomo, non lasciavano intendere l’aura che poteva comunicare con il proprio corpo, con i gesti, i sorrisi, gli sguardi.
    E adesso che lo avevo davanti, potevo comprendere cose di lui che sull’anonima pagina di Facebook non sarei riuscita a cogliere in nessun modo.
    Ciò che mi stava trasmettendo, mi creava ulteriore disagio.
    Cambiai ancora posizione, come se restare ferma su una poltroncina, per quanto comoda, potesse in qualche modo mettere a repentaglio il mio equilibrio.
    Il matrimonio con Marcello era piuttosto recente, eravamo sposati da meno di due anni ed avremmo ancora dovuto essere nella fase scintillante del nostro rapporto, allora perché seguivo il movimento delle mani di Alex, tentando inconsciamente di capire cosa avrebbero potuto fare sulla mia pelle?
    Microscopiche gocce di sudore m’imperlarono il labbro superiore e senza nemmeno rendermene conto le leccai via.
    Alex si volse verso di me in quel momento e per un istante i suoi occhi corsero sulla mia bocca, seguendo il movimento prodotto dalla punta della lingua sul labbro.
    Alzò repentinamente lo sguardo, sfuggendo da quel gesto all’apparenza innocente ed i suoi occhi si fissarono nei miei.
    Vi sono attimi nella vita in cui il corso dell’esistenza improvvisamente cambia.
    Attimi in cui il tempo pare fermarsi e sospendersi in quel limbo in cui tutte le cose assumono significati completamente diversi da quelli che avevano all’origine e la distorsione crea una nuova risonanza destinata ad espandersi all’infinito.
    Attimi in cui l’espressione stessa dell’essere viene stravolta da quelle sollecitazioni che fanno emergere l’Io incosciente, quello più recondito, più nascosto nelle profondità di noi stessi.
    Ed io, nel mio attimo, riconobbi la follia del mio istinto.
    Presi coscienza del brivido sottile che mi serpeggiò lungo la schiena, arrivando a colpirmi i sensi con un’unica stilettata.
    Amavo Marcello, ma in quell’attimo desideravo un altro.
    Chiusi gli occhi interrompendo il contatto visivo e quando li riaprii, mi voltai a fissare la luna che spandeva i suoi raggi argentati sulla superficie dell’oceano, regalandogli quelle stesse scintille che sentivo imperversare sulla mia pelle.
    Non riuscivo più a stare ferma, finii la caipirinha lasciandomi cullare per un momento dal calore liquido dell’alcool.
    Calmati…
    Pensai mentre riacquistavo il controllo delle emozioni, mentre cercavo di ricacciare nel profondo di me stessa le sensazioni inquietanti che avevo appena provato.
    Non desideravo provarle.
    Non volevo provarle.
    Tuttavia, tornando a voltarmi verso i due uomini che ancora discorrevano amabilmente, mi resi conto di non riuscire in alcun modo a frenare il corso che i miei pensieri continuavano ad intraprendere, nonostante tutta la buona volontà che stavo impiegando per trattenerli.
    Alex si volse per un momento, lanciandomi un’occhiata incuriosita, come se avesse realmente preso coscienza della mia presenza solo pochi istanti prima.
    Come se quell’attimo condiviso avesse risvegliato in lui le stesse sensazioni inquietanti che provavo io.
    E probabilmente doveva essere proprio così.
    Gli vidi corrugare la fronte perplesso e tornare a dedicarsi a Marcello, il quale gli aveva appena rivolto una domanda a proposito di una compagna del liceo di cui non aveva più avuto notizie.
    E mentre Alex rispondeva, fornendogli tutta una serie di particolari divertenti e succosi, i suoi occhi tornavano a cercarmi, soffermandosi su quel labbro che aveva attirato la sua attenzione.
    L’attimo di follia scattò improvviso, privo di senso, illogico.
    Non avrei dovuto assecondarlo, non avrei nemmeno dovuto lasciargli lo spazio di perseguire nei suoi propositi inopportuni, ma non riuscii a contenerlo in alcun modo e prima ancora che potessi mordermi la lingua, che potessi rendermi realmente conto di quanto stavo per fare, mi sporsi in avanti e chiesi:
    “Eu gosto de dançar?”
    Alex mi fissò perplesso per qualche secondo di troppo e quando rispose con un sorriso che sì, gli piaceva ballare, ma che forse avrei gradito di più ballare con Marcello, il sospiro di sollievo che riverberò nella mia mente entrò in collisione con un altro sentimento che insorgeva con prepotenza.
    “Não, Marcelo é um dançarino terrível.”
    Non volevo ballare con mio marito, volevo ballare con lui.
    Volevo poter sentire il suo corpo, le sue mani, il suo fiato…
    E prima che potesse dire o fare qualcosa che mi avrebbe frenato del tutto, lo presi per la mano e lo costrinsi a seguirmi in mezzo agli altri ballerini.
    Vorrei potermi sentire in colpa, vorrei poter dire che quel contatto ravvicinato fu sgradevole ed imbarazzante, ma l’unica cosa che posso ammettere, fu la sensazione che mi pervase nel momento stesso in cui mi fece scivolare la mano intorno alla vita e mi prese l’altra per portasela vicino alla guancia.
    Restammo immobili per qualche secondo, immersi nei pensieri dell’altro, nel sapore di quell’esclusivo universo in cui eravamo stati proiettati entrambi.
    Lentamente iniziò a muoversi, facendo muovere i fianchi al ritmo sensuale della bachata che avevano appena messo.
    Un lento oscillare che lo portava sempre più vicino al mio spazio vitale, trascinandomi con sé.
    Sapevo perché non avevo più ballato con altri partner dopo il matrimonio, ero perfettamente conscia dell’intimità che veniva a crearsi fra due ballerini quando coglievano la giusta intesa.
    Ballare in coppia è come fare l’amore.
    Scivolare l’uno nei passi dell’altro, sentire la pressione di un gesto per evolversi nella posizione successiva, respirare insieme per avere lo stesso ritmo…
    Ogni movimento, ogni più piccola sfumatura rende la coreografia perfetta e tale perfezione non si raggiunge con chiunque, non appartiene a tutti.
    Il ballo di coppia dipende dall’abilità dell’uomo e dalla recettività della donna.
    La giusta pressione delle dita della mano per farti voltare, l’impercettibile spostarsi sul fianco per aprire la figura, il contatto con la gamba per segnare il passo… né troppo violento né troppo morbido. Giusto.
    E tutto quello che stava avvenendo su quella pista, in mezzo a tanti volti anonimi, era ciò che più temevo, ciò che avevo tentato di contrastare, ma che inconsciamente avevo ricercato e trovato.
    Alex era perfetto.
    Perfetto il suo modo di aderire al mio corpo, il suo istinto nel cogliere l’esatto momento per rallentare ed accelerare nuovamente, perfetto nel suo modo discreto, ma fermo, d’impormi le sue movenze, il suo modo di gestire la situazione.
    Ed in quel momento ebbi la certezza assoluta che, come amante, avrebbe tratto da me il meglio che potevo dargli ed era una consapevolezza di cui era perfettamente conscio.
    Sapeva l’effetto che quel ballo aveva su entrambi, sapeva bene cosa stava comunicando con il corpo, mentre sorridendomi mi avvolgeva ancora più saldamente in quella sorta di abbraccio possessivo.
    Capivamo quello che stavamo facendo.
    Non vi erano scuse né alibi costruiti ad arte per decifrare diversamente lo sguardo che ci manteneva incollati entrambi, facendoci escludere qualsiasi cosa che vi fosse intorno.
    Eravamo su quella pista ed era come se fossimo stati in un posto più intimo, più appartato, lontano da sguardi indiscreti, lontani dalle nostre vite.
    Nel tempo che passammo insieme nell’aggrovigliato ritmo della musica, le nostre anime si fusero così come i nostri corpi non avrebbero mai fatto, si donarono l’uno all’altra senza bisogno di parole, di complicazioni, di promesse.
    L’unica promessa era lì, su quella pista, in quell’attimo di tempo.
    Ed era tutto quanto potevamo permetterci, vista la situazione.
    Non vi sarebbe stato alcun dopo, non vi sarebbe stato nulla se non il tempo che avremmo dedicato al ballo, in quel luogo, in quel momento.
    Non avevamo bisogno di parole per esprimere ciò che ognuno di noi sapeva fin troppo bene, non vi era alcuna necessità di poter avere un matrice espressiva comune, ciò che i nostri corpi dicevano era più che sufficiente nel linguaggio universale del desiderio.
    Desideravamo qualcosa che non avremmo mai avuto, qualcosa che nasceva e moriva in quella situazione e che non avrebbe avuto alcun futuro, ma che sarebbe rimasto impresso a fuoco nella nostra anima.
    In mezzo alla moltitudine di ballerini, la nostra intimità rimase sospesa nel tempo, lasciata scivolare via sul ritmo stesso delle note.

  4. mi piacerebbe un giorno leggere un libro scritto a quattro mani : quelle di Andrea e Beltane .
    Pensateci , ne prenoto fin d’ora una copia !

  5. complimenti Alex! sta succedendo qualcosa……

  6. se l’ “obrigado” al posto di “muito prazer” suona proprio straniero che cerca di arrangiarsi lei senza dubbio avrebbe chiesto”você gosta de dançar?” oppure avrebbe affermato “eu gosto de dançar” 🙂

    • Andrea ha detto:

      Beh, il mio brasiliano/portoghese è ben sotto il livello di arrangiarsi…diciamo che procedo con la mimica più che con le parole. Per scrivere il racconto mi ero fatto aiutare nella traduzione da google ma, ovviamente, molto meglio farsi aiutare da qualcuno che conosce la lingua veramente… 🙂

  7. Mario Ippolito ha detto:

    Ciao Andrea. Ho letto con attenzione il tuo racconto. Molto bello, “percepibile”, mi ha reso un pò del sorriso di quella luna…di cui parli, vendendola diversa, a quelle latitudini. Felice di fare la tua conoscenza, procederò a darti i miei recapiti , sperando di risentirci presto. Buona giornata. Mario

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