La donna del mare

Ci sono persone che ti entrano nella vita in maniera insolita, tutti abbiamo fatto questa esperienza, certamente più di una volta. Ma tra tutte le persone che ho conosciuto fino ad oggi, posso dire che nessuna sia entrata nella mia vita come Lighea, con un vero e proprio botto.
Mi avevano invitato come giurato per un concorso riservato agli autori emergenti. Poi all’ultimo momento, per non so quale assurdo motivo, la premiazione era saltata. Per un motivo ancora più assurdo però, nessuno aveva cancellato la prenotazione alberghiera a spese dell’amministrazione ed io decisi di approfittarne per passare un paio di giorni di vacanza in quella rinomata cittadina affacciata sul mar ligure.
Arrivai a destinazione nel tardo pomeriggio e entrai nell’hotel per prendere la camera. Non c’era coda e mentre mi stavo avvicinando al bancone mi arrivò incontro una donna, spuntata non so da dove, che dopo essere inciampata su un gradino completò la sua corsa tra le mie braccia: per poco non cademmo tutti e due per terra. Si scusò gentilmente, era molto imbarazzata. La guardai: sembrava arrivata direttamente dalla spiaggia. Un leggero vestito semitrasparente lasciava intravedere delle linee perfette, un costume bianco in due pezzi e una abbronzatura rimarchevole. Un cappello viola posava gentile sui suoi capelli ondulati. Il portiere controllò i documenti della donna e poi le disse, sorridendo: “Lei ha davvero un nome strano, Lighea, mai sentito… eppure di gente ne passa da queste parti”. “Non è così diffuso, effettivamente” rispose la donna. Prese le chiavi e si voltò per andarsene verso la sua stanza. “Lighea è il nome di una sirena, se non sbaglio la figlia di Calliope, la musa della poesia” le dissi prima che fosse troppo lontana. Si fermò e si voltò verso di me.
Mi scrutò stupita. Era incantevole.
— Giuro che lei è soltanto la seconda persona che incontro che conosce l’origine del mio nome; posso chiederle come fa a saperlo?
— Sono uno scrittore, per questo lo so.
— Non significa niente, il mondo è pieno di scrittori molto saccenti e altrettanto ignoranti.
— Anche questo è vero.
— Comunque le faccio i miei complimenti e la ringrazio nuovamente per avermi ripreso prima di finire per terra.
— Grazie, è solo fortuna, sono un appassionato di mitologia classica e…

Mi salutò con un cenno della mano, senza finire di ascoltare le mie parole, e sparì nel corridoio. Io mi avvicinai al banco per il check-in.

Una doccia e una mezzora dopo mi trovavo nel ristorante dell’hotel, tra le braccia dorate del tramonto. “È solo? La disturbo o le posso fare compagnia?” Era Lighea, avvolta nella sua aura di bellezza e di fascino. La feci accomodare al mio tavolo, mi presentai e passammo rapidamente al “tu”. Capita poche volte nella vita di trovarsi subito a proprio agio con qualcuno appena conosciuto. Quella sera al tavolo con Lighea fu senz’altro una di quelle. La medesima scelta dei piatti, delle bevande. Scoprire per caso che ci piaceva la stessa musica, gli stessi libri, gli stessi film. Parlare di tutto come se ci conoscessimo da una vita e non da dieci minuti. I nostri pensieri, i nostri dialoghi scorrevano come melodie che si intrecciavano rincorrendosi, come in una fuga di Bach.
Mentre prendevamo il caffè, Lighea mi spiegò perché le avevano dato quel nome. Suo padre era un marinaio, praticamente viveva in mare, ma era anche un uomo di una cultura fuori dall’ordinario. Il nome Lighea era stato scelto proprio da suo padre dopo aver letto un racconto di Tomasi di Lampedusa.
Il suo legame con il mare non si limitava al nome, anche lei trascorreva molto tempo lontana dalla terraferma; una volta, da piccola, era perfino scampata a un naufragio. Era davvero una specie di sirena, con due magnifiche gambe al posto della pinna.
Dopo cena ci concedemmo una breve passeggiata, poi tornammo in albergo, ognuno nella propria camera.

“Fai bei sogni” mi augurò Lighea, salutandomi.

Ed io quella notte feci un sogno bellissimo: Lighea, abbracciata a me.
Ricordare i suoi occhi nel buio della notte, accarezzare i suoi capelli, cercare le sue dita, sentire il palpitare del suo seno, impazzire per le armonie della sua voce. Scambiarsi il fiato, l’odore, la pelle; morire per i suoi baci.
Lighea, figlia del mare, divina creatura. Lighea, acqua e salsedine, sabbia e vento. Lighea, anima e carne.

Mi svegliai con le prime luci del mattino, consapevole dell’esperienza unica di quel sogno, di quel sogno talmente reale da sembrare vero.
La aspettai invano per un bel po’ nella saletta riservata alle colazioni. Decisi così di chiedere informazioni su di lei alla reception ma nonostante tutte le mie insistenze continuarono a ripetere che nessuna donna con quel nome inverosimile aveva mai preso una stanza in quell’albergo. Mi fecero pure vedere il registro delle presenze. Non c’era nessuna Lighea. Era tutto inutile: non l’avrei più trovata.
Se quella donna era mai esistita allora era tornata nuovamente nel suo mare.

Un sogno è come una stella. Una stella non è solo luce.
Ha tutto un cielo dietro.
E in quel cielo di notte, guardando verso il mare, io rivedo sempre la mia Lighea.

1 risposta a “La donna del mare”

  1. che strano racconto…entra nel cuore…
    mi sembra di farne parte…

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