J (Sogno di una notte di maggio)

Affittasi posto letto a studente in camera doppia zona S. Lorenzo. 250 mila lire + spese: l’annuncio era uno dei tanti. E anche la stanza non era un gran ché, salvo godere di una finestra con un piccolo scorcio sulla piazza del mercato. Ma la padrona di casa mi era sembrata una persona a modo o forse mi aveva ingannato la somiglianza con una mia vecchia zia. A ogni modo potevo dare il ben servito all’aguzzino che mi aveva affittato la mia prima stanza a Firenze e che aveva preteso tutti quei mesi di anticipo. «Il tuo compagno di stanza si chiama Giovanni, è simpaticissimo, vedrai, ora è fuori per il ponte ma tra qualche giorno si rifarà vivo, è un po’ più grande di te, andrete d’accordo, sono sicurissima, questa è una copia delle chiavi.»
Come aveva previsto l’affittacamere il mio compagno di stanza si fece vivo nel giro di un paio di giorni. Barba incolta, capelli lunghi, sguardo simpatico, voce ammaliante. Non c’aveva messo molto a mostrare, quasi a ostentare amicizia verso di me. «Ti chiedo solo una cosa, un patto tra di noi. Visto che condividiamo la stessa camera da letto, se uno di noi una sera rimorchia una pollastrella, l’altro gli lascia la camera libera e se ne sta in cucina o se ne esce per un giro, ok?» Che dovevo dire? Mi sembrava una proposta ragionevole, se quello era l’unico requisito per una serena coabitazione ci si poteva stare; immaginavo poi che fosse una cosa buttata lì, più teorica che pratica. I fatti dimostrarono che avevo fatto parecchio male i miei conti. Giovanni o, come dicevan tutti, “il Giova” era uno dei più grandi latin lover di tutta l’università di Firenze. Devo ammettere che non era difficile andarci d’accordo, tutt’altro. Era quasi impossibile discuterci, se non per ricordargli i suoi turni di pulizia: passava quasi l’intera giornata a dormire, non si vedeva mai con un libro o con degli appunti tra le mani. Leggere sapeva leggere, aveva pile di fumetti giapponesi ma per il resto buio completo… A dire il vero non ho mai saputo neppure a quale facoltà fosse iscritto. Poi a un certo punto usciva e, come avevo imparato presto, le possibilità che tornasse a casa entro poche ore con una bella pollastrella (come diceva lui) erano davvero molto elevate. «Tu non sei un ragazzo normale, tu sei uno sventrapapere» gli dicevo, tentando di prenderlo in giro. «Stai troppo sui libri» mi rispondeva serio. «Impara a divertirti, esci, c’è un mondo intero che ci aspetta.» Di sicuro il mondo non aspettava me. Il Giova invece se la cavava benissimo.
Comunque i patti erano patti e così quando lo sentivo rientrare di corsa per le scale, sapevo già che era insieme a una qualche Martina, Jane o Hana. Il Giova avrà avuto i suoi bei difetti. Ma di sicuro non era razzista.
Oggettivamente era difficile rimanere in cucina, chino su un libro di fisica generale, quando dalla porta della camera arrivavano suoni e rumori così espliciti da lasciare poco spazio all’immaginazione. Così me ne uscivo per una passeggiata. Il mercato di San Lorenzo mi aveva stufato dopo pochi giorni, preferivo andare verso Piazza Duomo, e poi in via Calzaiuoli, verso Piazza della Signoria, il piazzale degli Uffizi, Ponte Vecchio. Non avevo nozioni significative di storia dell’arte, non conoscevo quasi niente di quello che vedevo. Tuttavia non avrei potuto dire di essere insensibile a tanta bellezza.
Era la fine di maggio, ricordo bene, la sessione degli esami si avvicinava inesorabile. Ero in ansia, nonostante tutto il mio impegno non mi sentivo pronto, mi sembrava che gli altri studenti fossero tutti più preparati di me. Fu così che quando sentii il Giova di corsa sulle scale accompagnato da risate e gridolini, maledissi ancora una volta quell’appartamento e il nostro scellerato patto. Giurai a me stesso che finiti gli esami mi sarei messo alla ricerca di una nuova sistemazione. Quando entrarono ero in cucina, nemmeno si accorsero di me. Me ne andai con la stessa rapidità con cui i due piccioncini saltarono sul letto.

La notte era mite. Nella luce dei lampioni i palazzi e le chiese mostravano tutta la loro maestosità. Gruppi di turisti riempivano rumorosi le strade. Arrivai sull’Arno. La luna si rifletteva piena e tremante sull’acqua. Salii fino al piazzale Michelangelo e lassù mi fermai su una balaustra. Firenze non era una città fatta dagli uomini, era un sogno, un prodigio degli dei. Se fossi stato un poeta e non uno studente in fisica chissà quali parole avrei trovato per descrivere tale spettacolo.
Era passata la mezzanotte quando scesi giù lungo le rampe del piazzale. Rallentai il passo, mi sentivo stanco, dopotutto erano settimane, forse mesi, che studiavo quasi ininterrottamente. Arrivato in piazza della signoria mi fermai, avevo quasi il fiatone e mi sembrava che i piedi prendessero fuoco. Qualcosa attirò la mia attenzione: alzai un attimo lo sguardo verso una statua di bronzo, proprio di fronte a palazzo vecchio. «It’s amazing. Isn’t it? » Mi girai. «It’s amazing,  isn’t it? » Era la voce allegra di una ragazza, pelle bianca di luna, capelli chiarissimi, era proprio dietro di me, non l’avevo nemmeno sentita arrivare. «Non parli inglese, eh? » «Io, ecco… » «Io sono inglese ma parlo un poco di italiano, tranquillo, ci sono abituata. E’ bellissima questa statua, non trovi? » «Sì, davvero» fu la mia risposta, originalissima. «Lo sai, questa statua si chiama come me? » «Ah sì, bello, davvero, un bel nome, bello davvero..» risposi lasciando la frase in sospeso, sperando che lei la completasse. «Ma in questo momento proprio non mi viene.» «Mi chiamo come lei, Judith». Che razza di nome! «Ciao Judit” «No, non Judit, Judith, con il Ti Acca». Badala, come è precisa questa Inglesina, è discreta ma dev’essere una vera rompiballe. «Ma in tanti mi chiamano Judy. » Eccone un’altra a cui troncano il nome, non bastava Giovanni… «Però tutti i miei migliori amici mi chiamano semplicemente J». Ora, come si faccia a chiamare una persona J lo potranno sapere solo gli inglesi. «Anch’io mi chiamo come una statua, lo sai? » dissi indicando la copia del capolavoro del Buonarroti che stava lì accanto. « Mi chiamo Davide ma tutti mi chiamano David” «Nice to meet you, David» «Ma i migliori amici mi chiamano D» continuai. La battuta era scema, lo so, la peggiore che potessi fare; ma Judith rise e mentre rideva non potei fare a meno di pensare a quanto fosse veramente carina. «Ti posso domandare una cosa, che cosa ci fai, Judith, tutta sola nel cuore di Firenze a quest’ora di notte? » «È la mia ultima notte in Firenze, sono sei mesi che abito qui, sono studentessa di arte. Domattina ho il treno per Roma e poi volo a casa. È la mia ultima notte, appunto, e voglio rimanere in mezzo a tutta questa bellezza senza andare a dormire. E tu, Davide, cosa fai qui tutto solo nel cuore di Firenze a quest’ora di notte? » «Io… io.. è per via di un mio amico, lo sventrapapere» «What? What’s that?» Ma che diavolo avevo detto…anche se mi sarebbe piaciuto spiegarglielo cosa era uno sventrapapere… «No, no, niente, lascia stare, è uno scherzo, lascia stare. Non avevo voglia di restare a casa e sono uscito per una passeggiata in mezzo a tutta questa bellezza… se vuoi ti faccio compagnia…così… così mi spieghi qualcosa su questa piazza, io non ne so niente… » «È incredibile come voi italiani abbiate tante cose meravigliose e quasi non ve ne rendiate conto oppure non ne sappiate praticamente niente.. ». Fu così che Judith mi narrò la storia di Giuditta, la fanciulla che aveva sedotto il generale nemico, Oloferne, e poi, dopo averlo fatto ubriacare, aveva aspettato che si addormentasse per decapitarlo con due colpi di spada ben assestati. Continuò raccontandomi la storia di tutte le altre opere presenti sulla piazza e sulla loggia dei Lanzi. La complessità e la teatralità del Ratto di Polissena di Pio Fedi, l’incredibile fusione del Perseo con la testa di Medusa di Benvenuto Cellini. E ancora le due opere del Giambologna: la forza plastica e la torsione della statua di Ercole che abbatte il Centauro e l’imponente marmo del Ratto delle Sabine. Judith mi spiegò che il tema originale non era l’episodio mitico della Roma antica. L’artista aveva semplicemente raffigurato un giovane che ruba una giovane e bella donna a un altro uomo, più vecchio e meno forte. «Ma il rapimento è una metafora dell’Amore, Davide, l’Amore che può tutto». Mossi appena le labbra. «It’s amazing, it’s really amazing». Judith sorrise, era così bella, così seducente, così diversa dalle altre ragazze. La conoscevo da poche ore eppure mi sembrava di conoscerla da sempre. It’s amazing, sì, ma io pensavo: you’re really amazing. L’Amore può tutto. Mi ero forse innamorato? E com’è che ci si innamora? Si casca, si inciampa e ci si sbuccia il cuore? O si rimane sospesi su un precipizio? Non sapevo cos’altro aggiungere. «Davide, è quasi l’alba, perché non mi accompagni alla stazione?» Camminammo lentamente verso Santa Maria Novella ma era molto presto e l’ufficio depositi dove Judith aveva lasciato i bagagli era ancora chiuso. Così cercammo un bar aperto e facemmo colazione. Le chiesi se aveva un ragazzo. Sì, aveva un boyfriend a Londra, era così desiderosa di rivederlo. Sono sicuro che notò una smorfia di disappunto sul mio viso. Fuori era l’alba. Ma io sapevo che il tempo era finito, il gioco era over, stavo per perderla per sempre. La aiutai con i bagagli e l’accompagnai al binario. La ringraziai per la notte insieme e per quanto mi aveva insegnato. La baciai sulle guance e feci per andarmene. Mi voltai, incrociai la luce dei suoi occhi e la grazia del suo sorriso.
L’amore può tutto. 
E così volai sulla sua bocca, in un profondo e interminabile bacio.
It’s amazing, isn’t it?

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