Il fuoco

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.

Fahrenheit 451 – Ray Bradbury

Ci sono persone che lasciano una traccia indelebile nella nostra vita. Nel mio caso la prima persona a lasciare questa traccia, dopo i miei genitori, fu la mia insegnante di italiano e storia ai tempi delle scuole medie. Era vedova, senza figli. Suo marito era stato un famoso medico veterinario, forse era per questo che la sua casa zeppa di libri era animata da gatti bellissimi. Non celava mai le sue simpatie politiche; la professoressa era, per sua stessa definizione, una vecchia mazziniana; i suoi argomenti preferiti erano il risorgimento, la monarchia e la repubblica, e non la finiva mai di parlarci di educazione civica. Aveva una straordinaria passione per il suo lavoro, sembrava una vocazione più che un semplice mestiere. Ricordo come fosse oggi la lettura e la spiegazione di certi brani omerici (adorava l’Odissea), lo spasso che provava di fronte all’ippogrifo ariostesco e l’adorazione sacrale che tentata di trasmetterci per i Sepolcri del Foscolo.
Non disdegnava uscire dai programmi canonici della scuola media dell’epoca. Fu grazie a lei che sentii parlare per la prima volta dell’Antologia di Spoon River o dei Fiori del male di Baudelaire. Era una donna straordinaria, gli americani l’avrebbero definita “larger than life”.
Andai a salutarla dopo l’esame di terza media. Mi accolse calorosamente, amava aprire la sua casa agli studenti. Per l’occasione mi regalò un libro che aveva letto nella sua gioventù. Fahrenheit 451. Il titolo non mi diceva proprio niente. Lo aprii a caso e trovai una frase sottolineata.

C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra.

“Questo, Alex, sembra un libro di fantascienza, ma non è semplicemente un libro di fantascienza. Questo libro descrive un mondo terribile, una società che brucia col fuoco tutti i libri del mondo.” Guardai la sua casa ricoperta di preziosi volumi, non senza un brivido alla schiena. “C’è una cosa che vorrei dirti. C’è un fuoco che devi portare avanti nella vita meno terribile ma altrettanto forte. Devi mantenere il fuoco nel cuore, la speranza, la passione per quello che farai ogni giorno, per i tuoi studi, il tuo lavoro, le tue amicizie, i tuoi affetti, i tuoi amori. In questo libro c’è scritto che tutti dobbiamo lasciarci qualche cosa dietro quando ce ne andiamo: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Ecco, io tra un anno andrò in pensione, tu sarai al liceo nel fiore dei tuoi anni; ci tengo a lasciarti questo insegnamento prezioso. Non spegnere mai il fuoco dentro al tuo cuore. Portalo sempre con te, anche quando intorno vedrai solo buio e disperazione.”

Ho ritrovato Fahrenheit 451 dopo molti anni, per caso, dopo un trasloco. E ho pensato alla mia insegnante delle scuole medie. Se ogni giorno tento di non spegnere mai il fuoco dentro al mio cuore, forse, è anche grazie ai suoi insegnamenti così preziosi.

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