Across The Universe

Il mondo intero è un’atroce collezione di promemoria che mi ricordano che lei è esistita, e io l’ho perduta…

Cime tempestose – Emily Brontë

Successe ai tempi dell’università. All’epoca dei fatti vivevo ancora con i miei genitori e per non pesare troppo sulle precarie finanze familiari cercavo di guadagnare qualche spicciolo suonando nei fine settimana in un piano bar. E’ vero che mi ritrovavo  il lunedì mattina senza uno straccio di voce e con un notevole sonno arretrato ma perlomeno non chiedevo ai miei di pagarmi le tasse universitarie o di sovvenzionarmi la mia striminzita settimana di vacanza estiva. Avevo iniziato a suonare da ragazzino, per gioco, senza prendere nemmeno una lezione di musica. Eravamo quattro monelli che preferivano sognare di scalare le hit parade internazionali piuttosto che calcare un giorno lo stadio Bernabeu. Il leader era Gianni, il numero uno della band, con un orecchio degno di Mozart e la capacità assoluta di far vibrare e suonare qualsiasi oggetto gli capitasse tra le mani. C’erano Stefano, il chitarrista che si prestava a suonare il basso, e Valerio alla batteria. Infine c’ero io, Alex. Mi ero ritrovato a suonare la tastiera non per scelta, ma solo perché  mio fratello Bruno aveva preso qualche lezione in passato e avevamo ancora un vecchio sintetizzatore in casa. La band non riuscì ad andare oltre qualche strampalato concerto in parrocchia ma io continuai a suonare e dopo pochi anni iniziai ad accompagnare i matrimoni e a cantare nei piano bar, appunto.
Quell’anno avevo un contratto per una intera stagione estiva in un locale sulla collina, non lontano da casa. Il posto era molto carino, la mia postazione non era lontana dalla piscina e un paio di volte ebbi la fortuna di assistere persino a qualche tuffo fuori programma di qualche cliente causato senza dubbio da un incontro ravvicinato con una serie di bicchieri pesanti.
La scaletta della serata era composta per lo più dai brani più gettonati di quell’anno, a mio parere tutti pezzi di scarso valore musicale, ma questo non importava, mi pagavano per suonare e cantare, non certo per fare il critico. Poi c’erano i brani evergreen e si accettavano anche le richieste dei clienti. A fine serata a volte si lasciava infine un po’ di spazio per far cantare qualche soggetto particolarmente desideroso di mettersi in mostra. Non vi dico i risultati.
Si va nei locali per divertirsi con gli amici, conoscere gente, corteggiare le ragazze più carine. Io ero escluso da tutto questo, a volte mi sentivo come una scimmietta del circo, insomma io stavo lì nella mia postazione, suonavo, cantavo nell’indifferenza della maggior parte dei clienti. Cercavo di coinvolgere il pubblico ma evidentemente non ero abbastanza bravo, forse per quello mi pagavano così poco. Parlavo solo con qualche cliente che mi richiedeva una dedica, tipicamente una dedica per la propria ragazza o per il proprio ragazzo. Tutto lì. A fine serata, salutavo i barman, gli addetti alla sicurezza e me ne tornavo a casa da solo.

L’episodio che sto per raccontarvi accadde in una caldissima domenica sera di giugno. Avevo appena finito di suonare e cantare I will survive di Gloria Gaynor quando notai un biglietto di carta appoggiato sul mixer accanto a me. La scrittura era classificabile come femminile. “Alex, ce l’hai la base di Across the Universe dei Beatles? Me la canti?” Non avevo visto chi aveva posato lì quel biglietto né tanto meno chi lo aveva scritto, normalmente i clienti non mi scrivono le loro richieste, mi chiedono direttamente una canzone appena ho finito un altro pezzo. Comunque, la canzone la conoscevo bene, misi la base, attaccai a suonare e la cantai, tra l’indifferenza di un pubblico totalmente disinteressato alla cosa. Continuai la serata senza nessun’altra sorpresa. Solo quando arrivò l’ora di chiudere notai un altro biglietto, incastrato su una cassa spia. La calligrafia era la stessa. “Grazie. Mi ha fatto molto piacere. Elisa”
Non ci feci troppo caso, neppure adesso comprendo le donne, figuriamoci all’epoca dei fatti.
Il lunedì mattina avevo da studiare, ma ero troppo stanco, così decisi di rimanere a letto nonostante la sveglia avesse suonato implacabilmente. Mi tornò a mente lo strano episodio della sera prima, andai nel porta cd e estrassi Let it be. Feci partire la terza traccia. Ricordavo di aver letto da qualche parte che Across the Universe era stata scritta da John Lennon influenzato dalla meditazione trascendentale di qualche santone indiano ma non avevo mai fatto troppo caso alle parole. La ascoltai più volte per cercare di capirci qualcosa ma il mio inglese balbuziente non mi aiutò un gran che. Avevo lasciato tutti i miei libri con i testi delle canzoni del piano bar nel locale notturno. Pazienza. Nothing’s gonna change my world, niente cambierà il mio mondo.
Archiviai presto nella mia mente quanto era successo soltanto come un curioso episodio, nulla più.
La settimana filò liscia, avevo da studiare come un pazzo per la sessione estiva degli esami ma a quei tempi riuscivo veramente a isolarmi dal resto del mondo e non fu difficile studiare nonostante l’afa che impregnava la mia camera.
Tornai a suonare al piano bar la sera di venerdì, non ci furono altri episodi curiosi né bigliettini, lo stesso il giorno successivo. Anche la serata di domenica stava andando al termine, quando alla fine di un pezzo mi si avvicinò una ragazza decisamente carina: “Ciao, io sono Elisa, ti ricordi di me? Me la rifai?” Non riuscii a emettere nessun suono classificabile come parola di senso compiuto nella lingua italiana. Rimasi preso dai suoi occhi magnetici prima che facesse in tempo a girarsi e a tornare a un tavolo non lontano, dove stava con delle amiche e degli amici. Feci partire la base e iniziai a cantare. Per tutto il tempo della canzone non si girò mai dalla mia parte. Quando terminai la mia serata lei e suoi amici se ne erano già andati via. Come al solito non c’era nessuno ad aspettarmi e me ne tornai a casa. Nothing’s gonna change my world, niente cambierà il mio mondo.
Quella settimana superai un esame particolarmente impegnativo con il massimo di voti. In facoltà incontrai Annalisa, una mia compagna di studi. Era molto bella come sempre, mi piaceva molto, peccato fossi così imbranato e non fossi ancora riuscito ad invitarla da qualche parte. C’erano molte possibilità che non l’avrei rivista fino al nuovo inizio delle lezioni, a ottobre.
Tornai a suonare il venerdì sera. Inutile dire che avrei voluto rivedere Elisa, provare perlomeno a salutarla. Ma lei non c’era. E neanche la sera dopo. Mi ricordavo che  avevo trovato il bigliettino due domeniche prima e che lei si era materializzata la domenica precedente, mi ero convinto che sarebbe ricomparsa la serata di domenica. Quella sera c’erano molti clienti nel locale, io suonavo, cantavo e con gli occhi la cercavo in ogni direzione, invano. Vennero a chiedermi altre canzoni del tutto insignificanti. Ma Elisa quella sera non c’era. Suonai lo stesso Across The Universe e deluso me ne tornai a casa.
Per la strada pensavo a lei: Elisa, sapevo ben poco di lei: il suo nome e una canzone  dei Beatles che evidentemente le piaceva molto. Già, Across The Universe, avevo riletto quel testo visionario decine di volte nell’ultima settimana, onde di gioia alla deriva nella mia mente aperta, senza venirne a capo; forse, semplicemente non voleva dire niente. Solo di una cosa ero sicuro: avevo visto gli occhi di lei e non me ne sarei mai dimenticato. Nothing’s gonna change my world, niente cambierà il mio mondo.
Arrivammo all’ultimo fine settimana di luglio. Il locale sarebbe stato chiuso per un paio di settimane e anch’io dopo aver superato tutti gli esami ne avrei approfittato per una settimana di vacanza in tenda con un paio d’amici. Suonai Across The Universe tutte e tre le sere, ma Elisa non si fece vedere. Forse era già in vacanza da qualche parte; oppure era andata con i suoi amici in qualche altro locale. Ormai, pensavo, non l’avrei più rivista.
Finii di suonare a notte tarda, per fortuna una leggera brezza si era alzata a rendere mite una giornata caldissima. Salutai i barman, i tizi della sicurezza ed uscii verso il parcheggio. Lei era lì, Elisa era lì. Non avevo bevuto alcol, non avevo mai fatto uso di droghe, quella non poteva essere un’allucinazione. “Ciao Alex”. Come e più dell’altra volta la mia bocca non riusciva a dire niente e la mia espressione non trasmetteva l’idea di un cervello intelligente nascosto da qualche parte nella mia scatola cranica. “Ma sai anche parlare o canti e basta?” continuò ridendo. Riuscii a balbettare: “Ciao Elisa, non mi aspettavo di vederti da queste parti…” “Domani parto, vado in Inghilterra e sono venuta a salutarti.” “A salutarmi?” “Sì, ti volevo ringraziare per le altre volte, per aver cantato così bene la mia canzone preferita. Con i miei amici stasera siamo stati in un altro locale, mi è dispiaciuto non tornare qua; quando siamo venuti via ho pensato: magari sono ancora in tempo e lo vado a salutare.” “E’ un pensiero molto gentile…” “Ma vogliamo rimanere tutta la notte in piedi? Vieni Alex, andiamo a sederci là su quella panchina sulla terrazza panoramica, così mi racconti un po’ di te!” “E… e che cosa vuoi sapere?” “Mica mi vuoi dire che suoni e basta? Farai qualcos’altro nella vita, no?” “Sì, certo studio all’università” “E ce l’hai una ragazza?” “No, cioè mi piace una ragazza, Annalisa, ma non ne sono molto sicuro e comunque non penso di interessarle…” “Sei troppo timido Alex, ti devi buttare..” “E tu che fai?” “Bella domanda… è difficile da dire, io sono.. io sono uno spirito libero, tutti mi dicono così.” “E che vuol dire?” “Che vuol dire? Per esempio, domani vado in Inghilterra e penso di non tornare più” “Come non tornare più?” “Mi voglio trasferire là per qualche tempo, trovare un lavoretto, perfezionare il mio inglese e poi andarmene da qualche altra parte, negli Stati Uniti, in Canada, chi lo sa, magari in Sud Africa o in Australia, non lo so.” Ero stupito, io non avevo mai preso un aereo in vita mia e questa avrebbe girato il mondo con la stessa facilità con cui si sfoglia un atlante. La guardai di nuovo, era ancora più bella di come la ricordavo. Le chiesi: “Ho una curiosità, come mai la prima volta mi hai scritto un bigliettino, invece di chiedermi la canzone?” “Così, per gioco, e poi ho scritto il secondo bigliettino per ringraziarti con il mio nome, così ti saresti ricordato di me. Mi piace come canti, mi piaceva conoscerti. Ha funzionato?” Mi sarei ricordato di te anche solo guardandoti, pensai. “Sì, sì, decisamente… Ora però mi spieghi Across The Universe” “E che c’è da spiegare, le parole scivolano fuori come una pioggia infinita in una tazza di carta disperdendosi nell’universo; pozze di dolore, onde di gioia alla deriva nella mia mente aperta possedendomi e accarezzandomi. Amore senza limite e senza fine che splende attorno a me come un milione di soli mi chiama attraverso l’universo. Niente cambierà il mio mondo. Più facile di così?” “Un milione di soli ti chiama attraverso l’universo: sarà anche facile, se lo dici tu!” “Via, un po’ di fantasia, sono io il mio mondo e non voglio cambiare; e voglio viverla tutta questa mia vita, tutto il resto, i discorsi della gente, le loro critiche mi scivolano addosso. Non ti piace?” “Giuro che musicalmente la canzone è carina ma nonostante il tuo aiuto non ci arrivo a capire  il testo” “E’ poesia Alex, non si capisce con la testa, ma col cuore. E dimmi, qual è la tua canzone preferita dei Beatles?” “La mia?” Ci pensai un attimo. “Non la posso suonare al piano bar, non è adatta. La mia preferita è Eleanor Ribgy.” “Non ci credo, dai, anche per me è bellissima! Tristissima, certo, ma è un capolavoro, con quegli archi divini non sembra pop, sembra di ascoltare Vivaldi!” Guardò l’orologio al polso. “Alex, senti, mi ha fatto davvero piacere conoscerti, purtroppo non so se ci rivedremo, te l’ho detto vado in Inghilterra e…”  “E niente cambierà il tuo mondo” “Bravo! Vedi che hai capito, finalmente…” Sorrise. Non ci dicemmo altro, ci guardammo ancora per un attimo sufficiente a fissare per sempre nella mia mente i suoi occhi e quell’attimo di paradiso e ci baciammo su quella panchina aperta su un mondo di luci e di stelle.

Non ho saputo più niente di lei ma vi giuro che, mentre la baciavo e la stringevo a me, il coro dei grilli era più bello di Eleanor Rigby e un milione di soli attraversava l’universo.

16 risposte a “Across The Universe”

  1. bellisima storia, non sapevo però che oltre ad ad essere bravo di penna sei anche bravo a suonare il piano. Anch’io am quelle musiche e canzoni. Complimenti, scrivi bene, descrive bene le situazioni, sembra quasi di esserci, come se stessi guardando tutto da una finestra. Senti perchè non mandi questi racconti al giornale confidenze, non ridere, non è un giornale solo per donne, sapessi quanti racconti sono scritti da uomini. Puoi inviarli a questo indirizzo: racconti.confidenze@mondadori.it
    vale sempre: nulla cambierà il tuo mondo……….!

  2. Nadia Ravelli ha detto:

    La vita è fatta di sorprese e come un battito di farfalla modifica il tuo Universo.
    La stupefacente vita che abbiamo iniziato a percorrere ci riserverà sempre meraviglie: un incontro, uno sguardo, un racconto… tutti attimi che ti permettono di conoscere un essere umano ricolmo di sensibilità e amore e gioia per le vite vissute.
    Ogni giorno chi vive intensamente vive cento vite e non è importante essere riconosciuti o pubblicati da qualcuno che sfrutta solo i propri diritti commerciali se attraverso i nuovi paradigmi elettronici ci possiamo riconoscere come persone “umane” che condividono lo spirito libero della creatività.
    Per pubblicare devi essere inserito in regole commerciali che credo sviliscano la tua anima poetica ma questo è un argomento che richiederebbe un trattato sociologico e uno spazio maggiore per riferirti le mie considerazioni.
    Con affetto Messainscena

  3. Il racconto è piacevole e scritto con stile sciolto, fresco, avvincente e, secondo me, racconta al meglio una storia simile ad altre in quel preciso periodo temporale…quando riuscivamo ad emozionarci con molto poco e vivevamo quel poco come fosse l’immenso.
    Anch’io amo i racconti brevi perchè mi fanno esprimere emozioni e sentimenti sul filo di lama che separa la poesia dalla narrativa.
    (Qual’era il locale…..il Meto?)

    • Andrea ha detto:

      Cara Lia, è tutta una storia inventata, io non ho mai suonato in un piano bar (anche se sono un musicista autodidatta e da ragazzo suonavo in un gruppo…). E’ un omaggio alle canzoni dei Beatles che io adoro…

  4. vincenzo ha detto:

    Sarebbe stata una storia bellissima da vivere, anche se è inventata, complimenti

  5. simona ha detto:

    amara, triste ma bellina !

  6. ma oggi scrive veramente chiunque…

  7. Un solo incontro, ma destinato a rimanere impresso nella mente …..
    grazie Andrea: per il tempo necessario a leggere il tuo racconto, mi hai costretta a fare un salto indietro nella mia giovinezza …

  8. Molto bello anche questo, bravo. I tuoi racconti sono davvero piacevoli da leggere e fanno sognare… Ma dici che nella realtà capitano queste cose ?

    • Andrea ha detto:

      A me no… è per questo che mi invento queste storie 😉 E’ come il finale de “Le lettere d’Amore (al tempo delle chat)”: almeno quando scrivo il finale va come desidero… la realtà, ahimé, è molto più prosaica…

  9. Cristiano ha detto:

    complimenti, mi è piaciuto leggere il tuo racconto.

  10. Molto rapidamente, non scriverò una delle solite email che inanellano complimenti, ma sarò critico, per farti crescere. Scrivi, non fermarti mai, ma disubbidisci ai tuoi schemi interiori. Scrivere non è raccontarsi addosso, scrivere è invenzione pura, le idee vanno usate per lasciar spazio ad altre idee… questo racconto non lo tratterrei, per certi versi è banale, per altri è interessante…. fa parte di un processo di crescita, ma per crescere devi combattere il tuo io scrittore, e lasciare che lo scrittore che non è il tuo io, ti guidi. La musica ti può aiutare, prova a scrivere traducendo in parole una jam session, oppure segui il funambolismo pianistico di Art Tatum, di Bud Powell, loro spezzano la musica, la stravolgono, la rinnovano… La scrittura non deve essere mai autocelebrativa, e continua a lavorare con le parole e con le idee, che ne vale la pena.

  11. gabriella viganego ha detto:

    molto dolce e tenero. un amore “mancato” o… no? forse in futuro….
    ciao complimenti

  12. Maria Giglio ha detto:

    Scrivere è lasciare un segno del proprio esistere. La scrittura è uno specchio attraverso cui il reale si trasfigura e genera storie. Non è vero che scrive molto chi vive poco! Solo chi ha vissuto e ha una speciale sensibilità artistica può tradurre il suo sentire in letteratura! Un libro può far sorridere, riflettere, ricordare, commuovere. Finchè l’umanità sarà capace di scrivere, di creare storie e di amare i libri e di trasmettere l’amore per la cultura avrà un futuro, perchè in essi è custodita la nostra storia ed il senso del nostro vivere. Bellissimi i tetti di Firenze. Delicato e poetico il racconto “Across the universe”! Continua a scrivere e…”non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

  13. Gianmarco Zironi ha detto:

    racconto molto romantico, piacevole.

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